in quei giorni lontani, che nessuno di noi ricorda. per certo. erano stati messi tutti in cattura. a cuocere. nello stesso pentolone. a fare di loro stessi un'unica schiuma oleosa. mentre il fuoco prima li trascinava sul fondo. poi li sbuffava in superficie. a riprendere aria e a spandere il loro nauseabondo mischio. indistinto, che allineava ruggiti e belati. senza far riconoscere forme e lineamenti. tutti immolati per il cianbotto universale. quello che avrebbe prodotto il dado in polere della vita futura. i loro non erano lamenti. ma solo partecipazioni parlate. di chi, prima inconsapevole, poi certo, pronunciava il proprio nome, nonostante non avesse mai visto riflesso il contorno. e così in un giorno come tanti altri, di scottature e bolliture, la temperatura si alzò. tocco lo zenit. e con un calcio furono lanciati tutti fuori dalla tinozza e istintivamente dovettero cercare il loro canale di scolo. per seguire la meta indicatagli dalle proprie gambe. così nella diaspora delle specie, nacque la distinzione delle materie diverse. che li costrinse alla caccia al tesoro. il cui premio non fu un ideogramma. bensì il posto dove abitare. fra di loro, c'erano coloro i quali non avrebbero mai assunto forma fisica, i destinati al firmamento. che avrebbero attestato la grandezza dei cieli. e l'onnipotenza di chi li aveva pensati in cuor suo. tutti gli altri furono mandati a un ciclo duraturo, che ad ogni ansa avrebbe portato via la giovinezza. loro unico obbligo, tramandare i geni e l'insegnamento. ai più grossi, ora chiamati dinosauri, furono date le chiavi inglesi in modo tale che gli altri riconoscessero il loro primato manuale se non la potenza che scaturiva dalla loro possenza fisica. assai forti e vigorosi quanto stolti, da non riuscire a capire che la loro corpulenta forma causava la morte se non lo schiacciamento di tutti quelli che volevano accarezzare e baciare. e allora decisero di fermarsi sulle sponde di un mare e di aspettare che un'onda anomala li stregasse. altri più guizzosi, così si dipingono, confluirono nell'acqua. si chiusero le cernire e si squamarono col sapone, per scappare quando sentivano l'odore delle patate arrosto. e di loro solitamente non si conosce niente se non che ogni tanto, quando il sole splende, o la luna parla, saltano fuori dai fondali melmosi dei mari, per crepare l'acqua e farne ballare ogni sua goccia. degli altri, ora, potremmo perderci per le pagine della tregatti, ma ancora una spacie si distinse e di cui è buona cosa rammentare. una pecora, mezzo fauno e per il resto capra decise di fare il cammino a ritroso, e andò verso occidente. cominciando a risalire una scala sgretolata dai dinosauri. si intestardì e dicise di percorerne ogni scalino. fermandosi solo quando, giunto alla vetta, avesse annusato aria nuova. e in posizione segugia si sarebbe strusciato con le raffiche di vento. per godere di tutto quello che era intorno a lui. e di cui ne era parte. ma non padrone.
me lo avevi raccontato il nostro paese. in quel settembre nero, di cui più niente era certo. se non che gli amici, si erano rivoltati contro. così, all'improvviso. il caos, le perturbazioni conturbanti. le divise non erano più un lasciapassare. bisognava correre a napoli. riprendersi il marito. e portarselo a casa. e nasconderlo come la farina fra le menne. di corsa dal mercato nero. erano i tuoi giorni quelli. e tu avevi dimenticato la gonna da qualche parte. e... come se avessi avuto un prima, ti inventasti i pantaloni, e come si portavano. mandasti l'amico storpio. e lui tornò senza un bel nessuno. raccontandoti esattamente le cronache di chi non c'era e già immaginava. quel giorno mi tralasciasti, le pene che passasti nei due anni successivi. non ho mai saputo quante palline ti sei lasciata scorrere, prima che lui tornasse. quante volte avevi lanciato l'occhio al cielo. per arrabbiarti contro chi te lo aveva portato via. eppure tornò. suggellaste l'amore in bicicletta. scappando anche voi. per lasciarsi dietro le terre. gli alfabeti e i panni. meravigliosamente aggrappati l'uno all'altra. con le toppe sui calzoni e il soprabito duro. ed io, ora, mi ricordo i tuoi occhi piccoli, che diventano di acqua, che non ti persero. col collo rigido, e senza fazzoletti in mano, poi mi dicesti che in un modo o nell'altro bisognava inventarsi un paese nuovo. che a roma. un sacco di coppole e mantelli, stavano parlando e discutendo per voi. in tanto si cominciò a ricominciare, per la bella italia. dicesti. che bisognava ritornare al posto più lontano dalla casa, alla terra che non vedeva un uomo da tanto tempo. e che le leggi le avrebbero fatte i soliti. l'importante era riempire le culle e mangiare. per poter raccontare ai venuti una storia più bella. con meno lacrime e più dolci. e tutti ci credettero. vi rimboccaste le braccia e andaste avanti. senza guardarvi indietro. senza dimenticare niente. zappa e giornale. limoni e feste. mentre lui sudava, tu partorivi e traducevi, quello che era di tutti ma non per lui. che aveva le orecchie sorde a certi accenti. con ogni barba rasata cambiarono le cose. e quando vi dissero che bisognava mandare tutti a scuola. lui urlò. e cominciò a fare promesse. una lacrima per ogni festa. un cioccolatino per ogni poesia. gli scorrevano le parole senza sapere significati e significanti. banalmente imbambolato. e incredulo per essere riuscito a far tanto in poco tempo. con un fischio furono chiamati tutti i bambini dagli alberi e dalle fontane. e con le scarpe nuove furono mandati, a imparare e a contare. un'altra speranza vi rinvigoriva. e vi faceva credere di più in quello che ora mi sembra un ammasso di strade e prepotenza.(ritornerò per continuare. siate fiduciosi...)
molto spesso capita di perdermi di vista. di guardare il sentore del mondo che scivola sotto gli occhiali, sentendomi libero di poter scorgere tutto senza la vaga necessità di un ingrandimento. e volare così, scappando dall'apparecchio quadrato, che mi decubita le immagini. storpiandone i confini regolari. senza sentire più i piedi che si trascinano sulla terra arata, piena di dossi, e muri. ma camminandoci sopra, schiacciandone le cunette, appiattendone la superficie. ritrovandosi nauseato dai voli pindarici. senza più parole e pensieri originali. semplicemente semplice, regolare e onesto verso il pensiero e le volontà. rimettendo le briciole nelle pagnotte, e mangiandole a bocconi. crosta e mollica. come faceva la gente prima di me. dimenticando i fazzoletti da vincere, le staffette inutili, quelle che girano in tondo, senza portarti a nessun nucleo, facendoti perdere l'equilibrio statico e clinico delle cose e delle persone e del tuo tempo. scoprendo il banchetto delle vanità, dei vizi e delle virtù. calando i prezzi e ragalando a destra e a manca. al primo mendicante di passaggio. alla prima ruffiana che ti compra. ti ammalia e ti consola. confortato dalle sue gonne e dall'odore delle calze nei giorni del raccolto. e così passano gli anni e le stagioni. e il mondo assume la concretezza di un'iperbole finita. dimenticando i buchi neri, che fanno andare in tilt tutti i marchingegni. credendo di poter pianificare il futuro come le grottesche a tutto tondo. coi piani quinquennali e le scansioni della partita doppia. si dimentica così la poesia dello sconosciuto, del timore che si prova per quello che non si sà ancora. per la gloria autostimata delle conquiste. dimenticando soprattutto il prezzo da pagare, per aver mangiato senza fare i conti con l'oste. per aver sfidato la collera degli dei e creduto di poter fare tutto senza l'aiuto di nessuno. spargendo isole intorno al proprio fortino e annaffiando l'oceano di acqua dolce. rendendo tutto più sciapo di quello che è. preferendo la cioccolata bianca alla fondente che ha in se il vago ricordo del sud che la produsse. ma il sonnifero non dura un'eternità. ti sveglia prima o poi, giusto in tempo per scansare i coltelli, le sciabole e i pugnali che un giorno avevi lasciato dal rigattiere in pegno. per un sofà d'altri tempi. per un fascino passato. per avere un filo continuo tra il velluto e la carta da parati. ferendosi di ira propria, per mano d'altri. dopo aver tracciato la piantina del dolore sotto gli occhi del carnefice. che è lì a vendicare il passato nei corpi degli altri. mentre ridono e sono comodi. dopo che hanno congedato le guardie e sono privi di scagnozzi.
"si 'sta voce te scèta 'inta'à nuttata, mentre t'astringe 'o sposo tujo vicino...statte scetata, si vùo' stà scetata, ma fà vedè ca duorme a suonno chino...
nun ghi' vicino è llastre pe' fa 'a spia, pecchè nun può sbaglià 'sta voce è 'a mia...è 'a stessa voce 'e quanno tutt' e duje scurnuse, nce parlavamo cu'o vuje.
si sta voce te canta dint' 'o core chello ca nun te cerco e nun te dico;tutt' 'o turmiento 'e nu luntano ammore, tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico...
si te vène na smania 'e vulè bene, na smania 'e vase còrrere p' 'e vvène, nu fuoco che t'abbrucia comm'a che , vàsate a chillo...che te 'mporte 'e me?
si 'sta voce, che chiangne 'int' 'a nuttata, te sceta 'o sposo, nun avè paura... vide ch'è senza nomme 'a serenata, dille ca dorme e che se rassicura...
dille accussi:chi canta 'int'à 'sta via o sarrà pazzo o more 'e gelusia! starrà chiagnenno quacche 'nfamità...canta isso sulo...ma che canta a fà?"
(nicolardi-de curtis "voce 'e notte")
niente da dichiarare, quest'oggi. il fabbro sta lavorando. forgia e batte. tempra e scalfisce. per sè medisimo. solo ferro e forza. bottega e casa. strada e bicicletta. al diavolo le non faccende. a dio, chi ha voglia di ritornare.
leggevo l'altra notte. e di gusto. risalivo un fiume, in compagnia di alcuni uomini che volevano arrivare al cuore della terra. e poi le zanzare mi ricordano, che su di me farebbero un banchetto. mi stringo al bordo del battello e proseguo, con i marinai. mentre le opportuniste si dileguano. con le candele. sempre più dentro. dove, tutto è verde e nero. a sentire il vento in faccia. fino a quando tutto diventa piu fitto e la luce non c'è più. mentre il nostromo mi racconta. mi dice. mi stufa. sino a quando le sue parole diventano eco. ed io mi ritrovo sul letto. sveglio. col sonno che non mi riconcilia. coi muscoli freschi. ancora pieni di forza. che vogliono tendersi e contrarsi...la candela sta per finire...cade l'ultima tacca nella bottiglia, sul fondo. non si spegne. tutto è verde. non sono le parole. ne le foreste. ma un gioco inverecondo del fuoco e del vetro. stupito apro la bocca. m'incanto. e mi ritovo semplice. tiro il filo e sento che nessuna delle tre l'ha tagliato. e mi addormento quando ancora non è tutto arrotolato. ho dormito. anche se sentivo gli squilli. nell'atrio. che chiedevano e rantolavano. scusate ma questa volta tengo tutto per me.
stasera mi fascio di coperte e mi metto al centro della stanza. per amarmi ancora un pò. per abbracciarmi da solo. per vedere quanto sono capace di contenermi. per vedere la capienza delle mie mani. e quantificare i decalitri. mi faccio tenerezza. e mi sproloquio parole dolci. e mi canto i sogni negli occhi. poso la testa sulle ginocchia. e con lo straccio di mascolinità, mi struscerò le gambe. stasera prendo un treno lungolungo, che di più non si può, e corro da te a gambe levate. a frignarti, che certe cose non me le hai raccontate. per sentire le bocca tappata dalla tua mano. e sentirmi dire che le avvertenze me le avevi date prima dell'uso. per poter correre sui tricicli. per prenderle di ritorno dal mare. schizzando sugo sulla pancia. per farti arrabbiare fino al collasso. sino a tornare con la testa nella sabbia. per organizzare un complotto in terrazza. e contare tutte le formiche sul parapetto. fino a quando tutto sarà passato. e saremo pronti per ricominciare.
...lo sai che ti strapperei la pelle. ricucendoti, poi. con la bocca. come tutte le volte. dopo i capolini e le danze rituali. come se non ci conoscessimo. come se le mani non si fossero mai accompagnate. come se ogni luogo non fosse ancora esplorato.
eppure continuo a mangiarti. a rimbalzi. avidamente. neanche dovessi finire da un momento all'altro. con un giro di lenzuola. nelle tue linee. nelle tue spalle. ingoiato dal piacere. esasperato. mentre il mondo gira. per le sue vie. noi, nei nostri odori che si rigenerano. nelle nostre braccia. uno sull'altro. col sudore mio e tuo. ad incollarci. a scalciarci in questi primi caldi. e nei perdoni a ripescarci. la gioia che si perde nel piacere. e i sorrisi ghignosi dei nasi che lottano. che si annusano. e si spandono ovunque. lunghi. senza respiro. si potessero imprigionare i profumi nelle narici! per fermare tutto e lasciare che la nausea ci costringa ad aprire gli occhi. su quei volti trasformati. con le teste malvage. animali. a vergognarsi, poi, per aver afferrato. e fatto preda. i corpi che continuano a cercarsi. senza darsi appuntamento. nei presentimenti dell'aria. a rispondere ai richiami. in mezzo alla gente in festa. poi basta raccontarsi il giorno per baciare le mani. e accarezzarle. per scoprirsi ancora affusolati. e difficili da scandire. nel proprio. nel suo. allora spengnerò le luci e ti farò volteggiare il viso sotto la lampada. per scoprirti ancora nuovo. per vederti le caverne degli occhi. e provare una lingua mai stanca di girare e stendersi. sulla mia. e bere... quando affannati. si cade morti. sfiniti. nel vigore di chi ha preso. stretto. tutto quello che poteva. con la propria forza ciò che scappa. che termina. solo perchè ha avuto un inizio.
oggi non le ho le parole. per rimediare alle offese. posso offrirti solo i miei occhi. per mostrarti il mio inferno. con le mie lenti. con il mio senno di poi. per non raccontarti niente. per non provare più a cercare di trovare dei concetti. delle immagini che ti facciano capire. qui cosa realmente c'è. ho solo i miei filtri. dai quali vedo la terra bruciata. intorno a me. quella che mi sto conquistando e distruggendo. passo dopo passo. sudore. lacrime. per tutto quello che ho coltivato e che volutamente, mi pare, stia mandando in malora. il caos generale. tutto in subbuglio. e i pavimenti continuano ad essere imbuti. che mi ingoiano. mi appallottano. e mi digeriscono. darei tutta questa povertà per una manciata di grasse risate. con tanto di denti fuori. per sentire, per una notte, lunga la schiena, la tranquilità del sonno ristoratore. e il caldo di chi mi tranquillizzi. che tutto passa. che è così solo perchè cresciamo. e tutto deve essere mobile. precario e non adatto ai nostri corpi in crescita. che sia il segreto di tutte le generazioni, questo. che gli anni che vengono mi regalino la felicità. e mi insegnino la pace. l'austerità mi sta rodendo le ossa. e il tempo, il garnde compagno. è piu avaro del lupo. corro da quando mi sono bruciato i talloni. e anche questa volta, scappo. mi nascondo. e continuo a bruciare i miei castelli di carta. ammasso la polvere. e tutto mi diventa sempre più sbiadito. e di questi anni temo solo il ricordo. pesante, che potrebbe gravare la memoria. e che mi allontana dalla spensieratezza. della gioia di esserci. e di lasciare da qualche parte una singla. a te i castighi. e le torture. ma dopo inventati un modo per raccontarmi. per dirmi. che prima o poi tutto finirà. e che anche io avrò diritto ad essere felice.
ho provato a giocare. in quei posti. dove non si osava. dove stare non era meritato. dove ero ospite, in casa mia. per la legge rigida della gerarchia. dell'esploratore. e della sua trouppe in avanscoperta. dove i loro cani scorazzavano bifolchi. e le loro donne spandevano voglie e usi. ci sono andato e ci sono stato. e per un pomeriggio tutto è stato nostro. come se prima di noi non ci fosse stato mai nessuno. come se l'asfalto non è la guisa dei loro tempi. e le scritte fossero nate coi muri. noi il gioco. noi il tempo. noi in quell'istante. il cielo nero sopra di noi. il vento caldo in faccia, a noi. io a braccetto con la mia gente. a ripercorrere le note e i colori. che ti fanno sentire a casa. che portano in dono un cuscino per la notte. con tutte le voglie che si spandono. e sguaiano. fino alla sazietà. fino al minuto in cui sogni di rimandare tutti a casa. di richiudere le porte. e lasciare che sia una foto a mantenere salda la presenza. di chi ti ama. ti cerca. ti desidera. con tutto il sangue. con tutta la terra nelle unghie. non avessi mai messo la sedia sul comò. ora non avrei niente da piangere. ora che i vermi mangiano anche le palme.
avessi avuto le sibille mie compagne, non avrei imparato a lanciare i dadi. in faccia alla gente. sulle punte dei nasi. ed a occhi chiusi. avrei lasciato che il mio specchio decidesse per me. regalandomi i pianeti vani. quelli che ruotano solo su se stessi. e non avrei saputo circumnavigare la gente. le loro teste. e i loro fremiti cardiopatici. limpido come mi fecero, sarei rimasto. immune. a tutti i moti altrui. ricco solo che di me. vuoto del mondo. androgino nell'umanità. tabula rasa dell'azione. ma, invece, sporco nelle mani, ho tracciato nell'aere, i miei tragitti. le mie orme sui percorsi. le orine sugli alberi. e i fossi sui cuscini. questo il mio orgoglio. la mia vittoria. quella di aver rotto le campane di vetro. che ci imprigionano. che ci assopiscono. nella sofferenza della dipendenza. degli abiti già usati. dei colori che ci fanno apparire perfetti. negli arcobaleni degli altri. nei prestampati del pubblico ufficio. mai nelle bozze dei cassetti. nell'orgoglio del proprio letame. nei fondi dove non faresti accomodare nessuno. in quei posti, dove sei solo che tu. nessun altro. nudo come un verme. naturale e bello come una naiade. di quando affettuoso e dolce, preghi la luna. e forsennato sfidi con lo sguardo il sole.
oggi ti porto qui. per non fumare cicche a vuoto. per non innammorarsi delle condense. delle stelle e dei piani. per scappare dal mistico che ti porterebbe sulle mensole. per evitare che io cada in ginocchio, sui ceci.
ti metto delle parole sulle labbra. e te le scandisco. senza vergogna e te le volteggio negli orecchi. ti accosto il braccio lungo e con gli occhi ti cerco i gonfiori delle vene perchè sono belle. sono tenere e mi verebbe di ostacolarne il flusso. ti strizzerei gli occhi con la punta delle dita, ai margini. e te li lascerei chiusi. per la paura del miele. per uno sguardo che non riuscirei a sopportare. perchè potrei rivedere, nei tuoi, i miei che mi giudicano. così non mi vergognerei delle assurdità umane che ricerco. che penso di aver scorto. che vomito e lancio. e non darò un TU per non rimanere nudo nel bel mezzo di una sala. mi terrò i calzini per non far ballare le dita dei piedi. e in tanto che questa impersonalità del soggetto, mi ha già svelato, mi nascondo dietro un parabrezza. pulito. senza fango. senza il ricordo di nessuna pioggia. perchè quella volta c'era il sole. e io sbarazzino mi sono baciato con esso.
e...ma poi tu, e come se lasciassi camminare i ricci sulla pancia. e io li vedo, li sento. ho provato a chiedere delle risposte alla metafisica ismica. ma mi ha risposto la chimica. che senza leggerezza mi ha costretto a toccare. e con grande maraviglia non ho trovato niente. se non una calda pulsione a impastare le mani. in quel caldo umano. a strisciarle lungo tutto il perimetro.
se tutto ciò è riconducibile alle fonti di un manuale, è giusto che si dica che difficilmente la patologia è riconducibile a casi preesistenti o per lo meno in corso. poichè la suddetta si avvale di una autonomia soggettivistica. terribilmente addentrata nel singolo preso in considerazione. fantasiosa e semre nuova ogni qualvolta che questa si manifesta. indi, lasciamo pure che qualcuno si esponga e dia giudizi al merito in questione. che mi lascia scalpitare come un invasato ma che mi costringe a fissare il vuoto. semplicemente perchè a volte l'oggetto dei propri pensieri resta autonomo da quello che la dialettica è riuscita ad elaborare in parole.
ora, che preparo questo finto ritorno. senza valigia da arrotolare e regali da dare. preferisco rimanere qui. per salutare e fare le prove generali. ora che le luci sono perfette, che i riflettori sono stati domati. vi dò le spalle e vi saluto uno ad uno. con in mano una vasca di lacrime e sotto il braccio il papiro.
ho gia riunito la commissione, insieme a loro proverò a tracciare un percorso. in modo tale che a tutti venga data la ricompensa opportuna. adatta. eguale alle proprie esigenze e prestazioni. farò io questa volta, ancora un esperimento colla speranza che qualcuno di buon cuore mi finanzi e mi dia ancora fiducia e tempo. perchè è il tempo che consuma la pietra e non l'acqua. quella ne leviga solo gli angoli.
vi ripagherò tutti. come di ritorno dalle messi. e quel giorno siederò sul trono della vergogna perchè sarò sulla bocca di tutti voi e con le vostre mani. vi elencherò e all'appello non mancherà nessuno. a voi sarà data la possibilità di ficcarmi nel naso tutte le vostre dannazioni. e alle orecchie mi appenderete tutte le vostre richieste. mi farò legare la lingua. sarà asciutta e imbaccuccata per la vostra giusta causa. e secca, e io vi vieterò di darle da bere.
e quando pronuncierò i vostri nomi con le palpebre. voi capirete. chi sarà il primo e poi il secondo e via dicendo. alle mie spalle ci sarà la nostra carta dei diritti e ad ognuno di voi sarà dato tutto ciò che è stato tolto. e con i vostri avanzi io mi costruirò il viale per il prossimo bivio. peseremo i baci. gli abbracci. le strette di mano.le strizzate d'occhio.e le stizze. i risolini e le risate a squarciagola. spezzeremo gli staffini e manderemo gli staffieri a farsi un giro. e quando arriveremo all'amore. ognuno farà quel che crede. perchè è cosi che abbiamo fatto. ci siamo presi e annegati l'uno nell'altra. pur sapendo di non trovare terra ferma all'orrizzonte. e che bello... voi mi girerete e rivolterete come vorrete e io vi decanterò con le ciglia. queste una ad una si accavallerranno e le trecce che si faranno vi tocheranno i capi e vi ringrazieranno. vi spulceranno e mentre vi pettineranno, ruberanno tanti di quei capelli che io alla fine mi cucirò un cappello. per ogni giorno passato insieme faremo un ballo, o un gioco. e a quel punto io spero che cadrete nauseati e stanchi. si lo voglio e lo pretendo. perchè sarà allora che, drogati l'uno dell'altra, vi bacerò e poserò le vostre teste sulle mie coscie e dall'alto sembreremo un angolo piatto. senza un volume e senza un perimetro. con le gambe incrociate di qualcuno. con le barbe lunghe. eppoi i ricci. i caschetti e e le comparse. tutti quanti. senza dimenticare le striscie e le losanghe. vedrete che pezzate...forse allora la gistizia e la pace si baceranno. forse forse non sarà piu un triunvirato.
ma che colpa ne ho, io, se adesso mi tengo la testa fra le mani e faccio finta di essere solo. che colpa ho se tutto quello che sento è rumore e non distinguo la prorompenza della musica e il sussurro delicato delle labbra negli orecchi. che colpa ne ho.
una è mia. quella di essere un argomentatore di grovigli verbali. in questa babilonia di ipotassi mentali. sempre il solito errore. dimentico la principale da qualche parte e mi ritovo, poi, con gli appesi in mano. partito per un verso. arrivato con un altro. adesso, poi, che non mi danno pace, non riesco a dimenticare. a distogliere questo sguardo fisso, da quel coso che manca e che non si fa trovare. fosse per me, lancerei dalla finestra tutti i raccoglitori di francobolli che ho collezionato. compreso il vuoto di quello che mi hai perso. ma non ci riesco, e quasi non voglio. perchè non è ancora tempo di fare ciò. lo rivoglio e non si discute. dovessi impuntarmi e inventarmi il balletto in di oggi. quasi, questo lo farei. poi non osare, neanche, dire che sono ridicolo, perchè potrei farti male e ti assicuro che non ci sarebbero porte che tengano, per questa violenza che trattengo a pugni stretti e denti atterragliati. perchè non è alcol. non è lui, ne l'altro o chi altri si voglia. ma io. solo io. che vorrei. che potrei. con tutti i condizionali e gli ipotetici che ci metto. che avrei voluto non conoscere. non sapere. e passare alla nitidezza di stamattina, per cancellarti la convinzione che hai tu, di me; di tenermi in pugno; di avermi afferrato. perchè se per alcuni versi è così, ciò non toglie che tu debba prenderti gioco di me. dimostrarmi che non sai che fartene, limandoti le unghie su di un altro. eppoi dicevi che ero io quello che carcerava. quello che poi, dopo la mandata, butta la chiave. è così. sarebbe vero. ma tu ridammelo o quanto è bugiardo dio, ti andranno a fuoco non la casa, ma tutti i ninnoli che ti conservi. uno ad uno. in fila indiana. senza il resto di niente. con uno zero spaccato incorniciato e imbalsamato.
non costringermi a darti delle ragioni. perchè ci sono e non ho nessuna voglia di spiattellartele. almeno queste.
questo sarà il mio inizio (.) dicembre. dopo il fiatone. neanche il tempo di riprendere fiato. niente scampo. qui tutto matura. anche i tempi e la tempistica. la cronologia parenterale. l'io sterile che deve attendere. che un campanello suoni. che un telefono squilli. che una bocca domandi. che una persona arrivi.
arrivi. come se niente fosse. in questi giorni. in questo momento in cui io sono ancora in conferenza stampa. a chiedermi delle cose. a dirmele. a farle. il tutto di un bel niente. di un bel non lo so!? e pensare che i concetti ci sono e i contenuti pure. mancano la forma e magari lo stile. almeno quello è da salvare. può essere che come sempre, tutto debba arrestarsi al tuo cospetto? come ogni volta. tu metti un piede per terra e tutto il mondo si ferma. in tanto io stavo facendo delle mie cose. dovevo ancora martoriarmi l'anima. piangere gli occhi e cambiare ancora una volta gli occhiali. dovevo ancora tenere le calze per qualche giorno e non cambiare vestituccio. tu arrivi sempre quando ti pare e piace a te. come volevasi dimostrare. come tutte le regole che confermano le eccezioni. come lo spigolo sulla meninge e la ciabatta in testa. e se fosse solo questo, avrei gia concluso il mio saggissimo breve. perchè lo sai che non basta. perchè non ti è mai stato abbastanza. difficilmente ti sei saziato. di rubare. di regalare. di concedere. difficilmente ti sei negato l'ultima sigaretta e mai hai provato a prendermi per il coppino. hai preferito sempre le guance e le cosce. pavimento bianco o mattoni grigi. per strada e in casa mentre si lavavano le bende dei comodini. mentre ognuno si mangiava il proprio pianto quotidiano. in silenzio. con gli occhi sbarrati. mentre fuori dalla veranda il tempo passava e noi sotto il tavolo avevamo le foreste che crescevano, vergini. raggomitolate su se stesse. quelle giungle che mi rimproverasti. che capisti. e che mi facesti subito dimenticare. questo vorrei. un estratto conto ventennale con tre anni di risconto e rateo. tutto dichiarato e niente di forfettario. come piaceva a te. in regola. nelle righe. e tu sopra al tè di pagina. in grassetto. in forma. in teoria, mai in pratica. nell'aspetto e nel decoro. allegro di piazza e disturbo di casa. di corsa mentre il sole cuoce. impaziente per non scuocere. condito per tenere lontano il diabete. abbondante e di marca. profumato per far ingelosire. tutto all'occorenza. per il grande evento. che noi ci aspettavamo sempre. che lei non voleva. che io aspettavo. e che l'altro giocava. insomma il solito caffè sul divano, senza piattino. non amaro, nè troppo dolce. correzione lucana. e le pantofole perchè ti sei svegliato. adesso ti sei appellato al tribunale e anche tu, ora, hai bisogno di chiudere qualche finestra. perchè qualcuno, forse solo io, ti avrò fatto buttare in testa qualche secchiata d'acqua gelida, mentre, quando per l'ennesima notte mi parlavi sotto il balcone. mentre io cerco ancora di conciliare il sonno con il lavoro. mentre io caccio gli spiriti. mentre ricopio in bella il passato. mentre chiedo venia ai presenti e copio da chi mi sta accanto, labbra da cui pendere. non si fa così. maledizione. non puoi. e non dico neanche che non sia corretto. tanto non te ne faresti un baffo,tanto non ce li hai più.
solleverei la testa dal fiero pasto.senza forbarla sulla tua tempia nuda. perchè io sto cercando l'onestà.
ecco ora vomiterei tutto quello che c'è dentro. compresa l'aria. lo stomaco pieno e il tenue ingrassato. il fegato spappolato e la milza violacea. perchè sento troppa roba qui dentro, perchè è come un sacco di patate sull'addome.
questo risveglio.
la scusa di un buon sole, con tanto di raggi sul vetro. poi la finestra aperta ed io che bevo il caffè ancora nudo del letto.
ma poi i mattoni freddi e...fuori di nuovo il grigio. io le conosco queste giornate. le muse dell'irrealtà in questa tergestitudine maniacale. fatta di promesse e di ruberie. concessioni e conti. benvenuta ancora una volta, signora essattrice. si accomodi e si versi pure del caffè, tanto qui si fa un pò come si crede. prenda pure un biscotto non sia mai che le sue mani non si accompagnino. faccia pure. tutto qello che vuole...ma, dopo, mi dia, almeno, una mano a rivestirmi. perchè sa, non posso rimanere mica in mutande...
"allora, e dunque, sarai maledetto...e non ti basterà farti dimenticare, essere escluso dalla memoria. bensì ti condanno.
conoscerai la fame, il dolore e la sconfitta perchè temibili saranno i miei castighi. eterni, perchè io eterna duro. si abbatteranno su di te incauti e disinteressati. incuranti del tempo e dei giri d'aria che ti trascineranno per le strade. saranno loro a scandirti il tempo. l'agonia la vivrai anche quando dall'alto del tuo scranno sarai riuscito a mettere il piede sul naso del tuo rivale.
anche allora ci sarò.
quando la tranquillità di un risveglio ti porterà la nube purpurea davanti agli occhi. e tu vedrai tutto dentro. la goccia consumerà la tua dura madre e ti ricorderai, anche tu , di essere stato un dì, feto, umano, di amori incompleti.
poi le ascese e le risalite. le capriole e i casquet..."
...cosi parlò la sacerdotessa. cosi fu scritto e salmodiato dalla sua truppa aerea...quando il fedele umano si avvinghiò alle radici di un pioppo. così parlò, ordinando, e gemendo invasata per la lingua sua scalpitante. per le frotte di sentenze che uscirono dalla sua bocca. per il rancore appagato e il dolore di chi deve fare le pulizie nel tempio.
sentenziò e lui l'ascoltò. strinse le mani fra le mani e le rispose.
"umano nacqui. poichè umana era mia madre e il seme che la fecondò. il duro lavoro lenì le sofferenze dei miei antenati e se mai qualcuno dimenticò l'uso delle proprie braccia, e il vigore degli avambracci fu perchè le mani si nascosero nelle tasche delle proprie fisarmoniche o perchè furono arrampicate sulle schiene altrui. io fui fedele al motto estremo. e umano restai arrampicato alla roccia. e anche ora che vedo aprirsi le porte davanti ai miei occhi, non temo anche se la paura mi drizza le vertrebe.
la spada l'ho gia impugnata. e lo scudo porterà ancora la goliardica. la nostra preferita. quella che un tempo fu la novità in mezzo alla polvere del caos. stemma invincibile di una nicchia di perdenti che vinsero le battaglie segrete che mai nessuno sposò..."
e si fece fondente l'aria.
lei rimase rigida avanti alla sua catterda, con il piede destro curvo e affacciato sul manco.
lui fu seduto ancora per...