"Sogni e favole io fingo; e pure in carte
mentre favole e sogni orno e disegno,
in lor; folle ch'io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango e mi sdegno.
Ma forse, allor che non m'inganna l'arte,
più saggio io sono? è l'agitato ingegno
forse allor più tranquillo? O forse parte
da più salda cagion l'amor, lo sdegno?
Ah che non sol quelle ch'io canto o scrivo
favole son; ma quanto temo e spero,
tutto è menzogna, e delirando io vivo!
Sogno della mia vita è il corso intero,
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
fa ch'io trovi riposo in sen del Ver."
"Sogni e favole io fingo", da Opere, di pietro metastasio
all'inizio pensavo che se ne sarebbe tornato, nello stesso canale di scolo da cui era arrivato. credevo che la consapevolezza avrebbe fatto il lavoro sporco, che mai avrei avuto il coraggio di portare a termine. la convinzione mi avrebbe svegliato con la sua assenza e non mi avrebbe procurato nessun vuoto. nessun barlume di angoscia. per quelle notti, in cui, di ritorno a casa ho tenuto i pugni stretti in tasca. e le spalle larghe per far paura ai cani randagi. col petto gonfio. a soffiarci dentro più di eolo, nel palloncino. mi sono ridato da fare a ripensarmi ancora una volta solo. in compagnia di me stesso. con la manina nella mano gigante. di chi deve crescere più forte del proprio nemico. direttamente proporzionale e grande quanto i giorni e la vita che gli si protraggono davanti agli occhi. nel nome della propria salvezza. della risolutezza della propria materia cerebrale. e del proprio futuro estremamente indipendente dalle forze emotive altrui. nel mio nome che mi dice tutto, e che si versatilizza ogni qual volta che si ricorda che di uno non ce n'è, se non tre e qualcuno in più. in quelle forze adattatrici che firmarono una tana, per sugellare l'arrivo di un bicipide degno di una pianta larga. ferma. e disinvolta. in modo tale che le gote disdegnassero il rossore tutte le volte che il rosso schiacciava il bianco e che l'indiferrenza del pudore sottraeva acerrima la naturalezza di un bioritmo ormai in corso. mi ero mosso per amore del proprio amore. o meglio, mi spiego. per amore della mia ricerca. senza sapere che per ricercarmi mi sarei dovuto perdere nelle braccia dei passanti. scoprire nel loro buio. la mia luce. la candela che mi avrebbe portato giù per la galleria. dritto in fondo, sfociando sulla mia strada. certo è vero che di ogni libro letto, si costruisce la mattonata del proprio edificio spirituale. fatto dal sapere e dal giudizio di chi prima di me ha già sondato i territori di questo vecchio mondo. questi, se è vero che sono i gradini, sui quali salire e podiare, è anche vero che costano una certezza che sui piatti squilibrano i sentimenti e la franchezza di chi li adopera. ti fanno sorridere del pegno della scoperta e dando le spalle, piangere per aver grattato alla matrice d'oro...pensavo che se ne sarebbe andato, invece se l'è portato in bocca la paura vermiglia. lasciandomi solo nella certezza del mio calore. abbracciato a me stesso con in mano i papiri delle verità assolute. dimentichi della relatività della carne e della sostanza vitale: una, unica, irripetibile e certa. quanto l'aria che respiro, quanto il mattino che mi risveglia. e se il sole scalda e fa rinascere, è pur giusto che novembre sia un lutto e che il suo gonfalone sia viola. perchè non temo di cadere, se la promessa è quella di rimettermi in piedi. e tornare, seppur esausto, nel mio letto, solo, rimandando ancora al domani la trovata del secondo fiato. a quando lo vorranno i numi. a quando il seme, serbato nella terra, germoglierà. verde e fruttuoso. nel nome di una natura rigogliosa e materna.
" I demòni, usciti dall'uomo, entrarono nei porci; e la greggia si gettò dal precipizio nel lago e affogò...E uscirono gli abitanti a vedere ciò che era accaduto e, venuti a Gesù, trovarono l'uomo, dal quale i demòni erano usciti, seduto ai piedi di Gesù, vestito e in buon senno..."
da "Vangelo secondo Luca", VIII, 32-37
" Se resto sul lido,
se sciolgo le vele,
infido, crudele
mi sento chiamar.
E intanto, confuso
nel dubbio funesto,
non parto, non resto,
ma provo il martìre
che avrei nel partire,
che avrei nel restar."
da "Didone abbandonata", pietro metastasio
" è la fede degli amanti
come l'Araba fenice:
che vi sia, ciascun lo dice;
dove sia, nessun lo sa.
Se tu sai dov'ha ricetto,
dove muore, e torna in vita,
me l'addita, e ti prometto
di serbar la fedeltà."
da "Demetrio", pietro metastasio.
"...Alla sua base è stato riscritto qualche antico titolo dell'umanità che l'architettura non aveva registrato. A sinistra dell'entrata, è stato sigillato il vecchio bassorilievo in marmo bianco di Omero, a destra la Bibbia poliglotta innalza le sue sette teste. L'idra del Romancero si erge un pò più in là, e qualche forma ibrida, i Veda e i Nubelunghi. Del resto, il prodigioso edificio rimane sempre incompiuto. Il torchio, macchina gigantesca che pompa senza posa l'intera linfa intellettuale della società, vomita incessantemente nuovi materiali per la sua opera. L'intero genere umano è sull'impalcatura, ogni spirito è un muratore. Il più umile tappa un buco o posa la sua pietra. Tutti i giorni s'innalza un nuovo piano. Indipendentemente dall'apporto originale e individuale di ogno scrittore, vi sono contingenti collettivi. Il diciottesimo secolo dà l'Ecyclopédie, la rivoluzione dà il Moniteur. Certo, è anche questa una costruzione che cresce e si accumula in spirali infinite; anche qui c'è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell'intera unmanità, promesso rifugio all' intelligenza contro un nuovo diluvio, contro un'invasione barbarica. è la seconda Torre di Babele del genere umano."
da "Notre-Dame de Paris", victor hugo
" ...Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. é proprio cosi: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza..."
francesco petrarca
"Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che siamo, ciò che non vogliamo."
eugenio montale, Ossi di seppia.
sì, voglio ancora credere che certe sonate siano per me. che certi ritornelli sono affidati alle folate di vento per musicarmi le orecchie. per farmi perdere nei vortici arancioni dell' autunno. sapessi quanto mi ha irritato vederlo coi piedi nudi, girare per la mia cucina. quanto fastidio ha provato la mia pelle a doverlo sopportare. eppure lui non aveva colpa. era lì. l'avevo chiamato io. in coscienza. neanche disturbava. nel suo era anche aquattato. secondo i suoi usi. attento a non sporcare. mi ha brussigliato il petto. e per me era meglio se fosse andato in un altro posto. a risolvere altre questioni di gravità mondiali. avrei voluto che fossi stato tu a chiudermi il ginocchio in una mano. a dirmi che se il vento fuori minacciava burrasca, alla fine noi avevamo tutto. un tetto. un letto. del latte. e che potevamo bastarci. ho anche pensato che fosse un sacco godurioso, aggrovigliarmi con quell'altro, piacevole, pensando a te. chiudendo gli occhi e facendo finta che fosse tutto così lecito. se solo non avessi fogli d'appunti nel cassetto. se solo non mi volessi bene. se non avessi ben chiaro in mente quello che sto cercando. quello che ho perduto. o che forse, chissà, non ho mai avuto. sarei un perdente. se tutto ciò fosse la truce verità. d'altronde la manovra deve bruciare a fuoco lento. io mi lascio rosolare nel mio stesso sugo. a fiamma bassa. non è il caso di ghigliottinare improvvisamente una natura che deve fare il suo corso. di mezzo ci sarebbe il piacere sadico del dolore. tutto da godere. e poi, perchè, capisci, non è una questione di arte fine a se stessa o di catena di montaggio per robotizzati. è solo che il diniego dell'impiegato delle poste non fa per me. il tum-tum dei timbri bollati. quando questi, se ne starebbe a casa, a scrivere de le gioie e de le pene di madonna laura, in mio onorevol corpo. evidentemente, è mancata la follia in tutti i suoi capelli ricci e ispidi. e le orme sulla sabbia sono assai profonde. due teste sulle spalle, le hanno lasciate.
sazio. pulito. è arrivata l'acqua a scrosciare sui tetti. prendi una colonia di gatti e mettili alla finestra. all'ultimo piano. aspettando sotto la pensillina, sorrido compiaciuto. la serenità mi appaga. quest'elemento monda. da tutte le sozzure. dagli inghippi fa rinascere. e sono le acque tanto attese. tanto pregate. sono arrivate. gaudenzia, se stasera sei libera, ti passo a prendere e ce ne andiamo al nostro solito posto. mettiti il k-way, quello rosso, col cappuccio. così ci diciamo quanto siamo impazienti. hai visto... la pioggia è arrivata. l'orso bagnato è ridicolo. ancor peggio quando pesca salmoni contromano. è un' ingiuria del tempo e alla buon costume. uno spettacolino degno della siora moira. un colosso con le gambe spezzate. la sfinge, col mento consumato dal vento.
è in queste ore del giorno che m'assale. che mi torna a soffiare sul coppino. lungo tutto la colonna vertebrale. facendo della mia pelle un continuo spruzzo di sudore. mi arriva con la digestione. come se chiamasse il divano e il tg di mezza sera. sarà colpa del mangiare crocifisso in sala mensa. o del vassoio e delle posate di plastica. ma me la sento al fianco. fredda. impeccabile. longilinea. e veggente. lei che tutto sa. lei. a cui non puoi nascondere niente. lei. che non si disturba tutti i giorni. sa quando venire a farmi visita. non appena c'è il sentore di vaghezza o proprio di vuoto. viene a trovarmi. a cancellare i colli sbrilluccicanti e il mare che da rosa diventa blu. sempre più blu. nero. da far paura. da non aver più il coraggio di nuotare fino all'orrizzonte. si ficca nei padiglioni e si para davanti agli occhi. e comincia a cantare una musica cruda. che non conosce la pietà. che non sa cosa fare della mediazione. insofferente. lei continua. a decantare il passato. il presente. con l'ardire di diagnosticare il futuro. con tutte le sue molteplici fantasie da sott'insieme. agli occhi poi spetta ven. e l'analisi microcosmica. sa come prendermi. ipnotizzarmi. e come farsi raccontare la verità. che già conosce. che ripete a memoria, qualora dovessi mancare della dovizia del particolare. ed io mi sento un cagno. preso per le orecchie. che reclama. che richiede le zampe per terra. e a singhiozzi sono costretto a ripeterle. dei salici e delle cetre suonate dal vento. dal caso. squarciati cielo. riprenditela. e terra perchè non t'apri.
in definitiva, non capisco perchè tu non voglia capire. eppure ti ho sempre visto sveglio a certi rintocchi. a certi bombardamenti di confine. mi cerchi ancora. ora che ho messo il mondo alla porta. ora che mi rintano per leccare le ferite inesistenti. per giudicare uno stato d'animo che non ha motivo di esisistenza e nonostate tutto reclama diritti. come una compagnia di attori, prima creati, poi abbandonati sul lastrico di un di dietro le quinte. lasciami stare qui. mi sento già ridicolo quanto un pagliaccio che prova a fare il giocoliere. pensavo di poter mantenere l'equilibrio su di un alluce . ma non è così. devo fare i conti con una realtà più dura del soffice sognare. è la legge del taglione. del lanciare il giavelotto alle olimpiadi. o del disco volante. che prima o poi ritorna, come nella natura matrigna. poi il dolce. poi quello che viene sarà anche un unguento. mi chiedi di esorcizzare. e mi fai le didascalie di una morale equa. ma io così corro il rischio di sentirmi più idiota. tanto da potermi odiare. conosco bene il mio testone. con le corna e la barbetta. amano ficcarsi tra i rovi per gemere il salvataggio. e sul più bello, rifiutare l'aiuto. per dare il colpo di testa e annunciare al pubblico che les jeux sont fait. e che la prossima volta prima di entrare al casinò, porterò solo la moneta spicciola. per non impegnare anche le mutande e l'anello di famiglia. potrebbe sembrare un rutto dopo il gelato. uno sprigionare l'aria dopo aver mangiato un melone in terrazza. ma il simposiare di certi argomenti mi fa anche questo effetto. mi rigurgita quel tutto che mi fai provare. il misto mare difficile da analizzare. quella dolcezza di un occhio timido. che si chiude quando va in profondità e che si spalanca quando è arrogante. ecco capisci. il perchè. mi fai dolcezza e poi rabbia. corsa e riposo. insomma ti appoggerei la mano sulle spalle e ti direi che non sei solo al mondo. e che a pensarla in un certo modo, non sei l'unico. ma che siamo un madrigale a coppia di due. una banda in sintonia. nonostante gli assoli e i divieti. ma sul più bello mi fai venir voglia di spingerti per terra. di faccia sul marmo bianco e farti sentire il congelamento della punta del naso. per farti provare tutta la vergogna e la semplicità per aver desiderato un apollo in terra. un uomo che fra i tanti è stato capace di farmi fare il salto in lungo, senza la mano nella mano. senza il timore di sentirsi programmati. ma solo me stesso, al tuo cospetto.
in quei giorni lontani, che nessuno di noi ricorda. per certo. erano stati messi tutti in cattura. a cuocere. nello stesso pentolone. a fare di loro stessi un'unica schiuma oleosa. mentre il fuoco prima li trascinava sul fondo. poi li sbuffava in superficie. a riprendere aria e a spandere il loro nauseabondo mischio. indistinto, che allineava ruggiti e belati. senza far riconoscere forme e lineamenti. tutti immolati per il cianbotto universale. quello che avrebbe prodotto il dado in polere della vita futura. i loro non erano lamenti. ma solo partecipazioni parlate. di chi, prima inconsapevole, poi certo, pronunciava il proprio nome, nonostante non avesse mai visto riflesso il contorno. e così in un giorno come tanti altri, di scottature e bolliture, la temperatura si alzò. tocco lo zenit. e con un calcio furono lanciati tutti fuori dalla tinozza e istintivamente dovettero cercare il loro canale di scolo. per seguire la meta indicatagli dalle proprie gambe. così nella diaspora delle specie, nacque la distinzione delle materie diverse. che li costrinse alla caccia al tesoro. il cui premio non fu un ideogramma. bensì il posto dove abitare. fra di loro, c'erano coloro i quali non avrebbero mai assunto forma fisica, i destinati al firmamento. che avrebbero attestato la grandezza dei cieli. e l'onnipotenza di chi li aveva pensati in cuor suo. tutti gli altri furono mandati a un ciclo duraturo, che ad ogni ansa avrebbe portato via la giovinezza. loro unico obbligo, tramandare i geni e l'insegnamento. ai più grossi, ora chiamati dinosauri, furono date le chiavi inglesi in modo tale che gli altri riconoscessero il loro primato manuale se non la potenza che scaturiva dalla loro possenza fisica. assai forti e vigorosi quanto stolti, da non riuscire a capire che la loro corpulenta forma causava la morte se non lo schiacciamento di tutti quelli che volevano accarezzare e baciare. e allora decisero di fermarsi sulle sponde di un mare e di aspettare che un'onda anomala li stregasse. altri più guizzosi, così si dipingono, confluirono nell'acqua. si chiusero le cernire e si squamarono col sapone, per scappare quando sentivano l'odore delle patate arrosto. e di loro solitamente non si conosce niente se non che ogni tanto, quando il sole splende, o la luna parla, saltano fuori dai fondali melmosi dei mari, per crepare l'acqua e farne ballare ogni sua goccia. degli altri, ora, potremmo perderci per le pagine della tregatti, ma ancora una spacie si distinse e di cui è buona cosa rammentare. una pecora, mezzo fauno e per il resto capra decise di fare il cammino a ritroso, e andò verso occidente. cominciando a risalire una scala sgretolata dai dinosauri. si intestardì e dicise di percorerne ogni scalino. fermandosi solo quando, giunto alla vetta, avesse annusato aria nuova. e in posizione segugia si sarebbe strusciato con le raffiche di vento. per godere di tutto quello che era intorno a lui. e di cui ne era parte. ma non padrone.
me lo avevi raccontato il nostro paese. in quel settembre nero, di cui più niente era certo. se non che gli amici, si erano rivoltati contro. così, all'improvviso. il caos, le perturbazioni conturbanti. le divise non erano più un lasciapassare. bisognava correre a napoli. riprendersi il marito. e portarselo a casa. e nasconderlo come la farina fra le menne. di corsa dal mercato nero. erano i tuoi giorni quelli. e tu avevi dimenticato la gonna da qualche parte. e... come se avessi avuto un prima, ti inventasti i pantaloni, e come si portavano. mandasti l'amico storpio. e lui tornò senza un bel nessuno. raccontandoti esattamente le cronache di chi non c'era e già immaginava. quel giorno mi tralasciasti, le pene che passasti nei due anni successivi. non ho mai saputo quante palline ti sei lasciata scorrere, prima che lui tornasse. quante volte avevi lanciato l'occhio al cielo. per arrabbiarti contro chi te lo aveva portato via. eppure tornò. suggellaste l'amore in bicicletta. scappando anche voi. per lasciarsi dietro le terre. gli alfabeti e i panni. meravigliosamente aggrappati l'uno all'altra. con le toppe sui calzoni e il soprabito duro. ed io, ora, mi ricordo i tuoi occhi piccoli, che diventano di acqua, che non ti persero. col collo rigido, e senza fazzoletti in mano, poi mi dicesti che in un modo o nell'altro bisognava inventarsi un paese nuovo. che a roma. un sacco di coppole e mantelli, stavano parlando e discutendo per voi. in tanto si cominciò a ricominciare, per la bella italia. dicesti. che bisognava ritornare al posto più lontano dalla casa, alla terra che non vedeva un uomo da tanto tempo. e che le leggi le avrebbero fatte i soliti. l'importante era riempire le culle e mangiare. per poter raccontare ai venuti una storia più bella. con meno lacrime e più dolci. e tutti ci credettero. vi rimboccaste le braccia e andaste avanti. senza guardarvi indietro. senza dimenticare niente. zappa e giornale. limoni e feste. mentre lui sudava, tu partorivi e traducevi, quello che era di tutti ma non per lui. che aveva le orecchie sorde a certi accenti. con ogni barba rasata cambiarono le cose. e quando vi dissero che bisognava mandare tutti a scuola. lui urlò. e cominciò a fare promesse. una lacrima per ogni festa. un cioccolatino per ogni poesia. gli scorrevano le parole senza sapere significati e significanti. banalmente imbambolato. e incredulo per essere riuscito a far tanto in poco tempo. con un fischio furono chiamati tutti i bambini dagli alberi e dalle fontane. e con le scarpe nuove furono mandati, a imparare e a contare. un'altra speranza vi rinvigoriva. e vi faceva credere di più in quello che ora mi sembra un ammasso di strade e prepotenza.(ritornerò per continuare. siate fiduciosi...)
molto spesso capita di perdermi di vista. di guardare il sentore del mondo che scivola sotto gli occhiali, sentendomi libero di poter scorgere tutto senza la vaga necessità di un ingrandimento. e volare così, scappando dall'apparecchio quadrato, che mi decubita le immagini. storpiandone i confini regolari. senza sentire più i piedi che si trascinano sulla terra arata, piena di dossi, e muri. ma camminandoci sopra, schiacciandone le cunette, appiattendone la superficie. ritrovandosi nauseato dai voli pindarici. senza più parole e pensieri originali. semplicemente semplice, regolare e onesto verso il pensiero e le volontà. rimettendo le briciole nelle pagnotte, e mangiandole a bocconi. crosta e mollica. come faceva la gente prima di me. dimenticando i fazzoletti da vincere, le staffette inutili, quelle che girano in tondo, senza portarti a nessun nucleo, facendoti perdere l'equilibrio statico e clinico delle cose e delle persone e del tuo tempo. scoprendo il banchetto delle vanità, dei vizi e delle virtù. calando i prezzi e ragalando a destra e a manca. al primo mendicante di passaggio. alla prima ruffiana che ti compra. ti ammalia e ti consola. confortato dalle sue gonne e dall'odore delle calze nei giorni del raccolto. e così passano gli anni e le stagioni. e il mondo assume la concretezza di un'iperbole finita. dimenticando i buchi neri, che fanno andare in tilt tutti i marchingegni. credendo di poter pianificare il futuro come le grottesche a tutto tondo. coi piani quinquennali e le scansioni della partita doppia. si dimentica così la poesia dello sconosciuto, del timore che si prova per quello che non si sà ancora. per la gloria autostimata delle conquiste. dimenticando soprattutto il prezzo da pagare, per aver mangiato senza fare i conti con l'oste. per aver sfidato la collera degli dei e creduto di poter fare tutto senza l'aiuto di nessuno. spargendo isole intorno al proprio fortino e annaffiando l'oceano di acqua dolce. rendendo tutto più sciapo di quello che è. preferendo la cioccolata bianca alla fondente che ha in se il vago ricordo del sud che la produsse. ma il sonnifero non dura un'eternità. ti sveglia prima o poi, giusto in tempo per scansare i coltelli, le sciabole e i pugnali che un giorno avevi lasciato dal rigattiere in pegno. per un sofà d'altri tempi. per un fascino passato. per avere un filo continuo tra il velluto e la carta da parati. ferendosi di ira propria, per mano d'altri. dopo aver tracciato la piantina del dolore sotto gli occhi del carnefice. che è lì a vendicare il passato nei corpi degli altri. mentre ridono e sono comodi. dopo che hanno congedato le guardie e sono privi di scagnozzi.
"si 'sta voce te scèta 'inta'à nuttata, mentre t'astringe 'o sposo tujo vicino...statte scetata, si vùo' stà scetata, ma fà vedè ca duorme a suonno chino...
nun ghi' vicino è llastre pe' fa 'a spia, pecchè nun può sbaglià 'sta voce è 'a mia...è 'a stessa voce 'e quanno tutt' e duje scurnuse, nce parlavamo cu'o vuje.
si sta voce te canta dint' 'o core chello ca nun te cerco e nun te dico;tutt' 'o turmiento 'e nu luntano ammore, tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico...
si te vène na smania 'e vulè bene, na smania 'e vase còrrere p' 'e vvène, nu fuoco che t'abbrucia comm'a che , vàsate a chillo...che te 'mporte 'e me?
si 'sta voce, che chiangne 'int' 'a nuttata, te sceta 'o sposo, nun avè paura... vide ch'è senza nomme 'a serenata, dille ca dorme e che se rassicura...
dille accussi:chi canta 'int'à 'sta via o sarrà pazzo o more 'e gelusia! starrà chiagnenno quacche 'nfamità...canta isso sulo...ma che canta a fà?"
(nicolardi-de curtis "voce 'e notte")
niente da dichiarare, quest'oggi. il fabbro sta lavorando. forgia e batte. tempra e scalfisce. per sè medisimo. solo ferro e forza. bottega e casa. strada e bicicletta. al diavolo le non faccende. a dio, chi ha voglia di ritornare.
leggevo l'altra notte. e di gusto. risalivo un fiume, in compagnia di alcuni uomini che volevano arrivare al cuore della terra. e poi le zanzare mi ricordano, che su di me farebbero un banchetto. mi stringo al bordo del battello e proseguo, con i marinai. mentre le opportuniste si dileguano. con le candele. sempre più dentro. dove, tutto è verde e nero. a sentire il vento in faccia. fino a quando tutto diventa piu fitto e la luce non c'è più. mentre il nostromo mi racconta. mi dice. mi stufa. sino a quando le sue parole diventano eco. ed io mi ritrovo sul letto. sveglio. col sonno che non mi riconcilia. coi muscoli freschi. ancora pieni di forza. che vogliono tendersi e contrarsi...la candela sta per finire...cade l'ultima tacca nella bottiglia, sul fondo. non si spegne. tutto è verde. non sono le parole. ne le foreste. ma un gioco inverecondo del fuoco e del vetro. stupito apro la bocca. m'incanto. e mi ritovo semplice. tiro il filo e sento che nessuna delle tre l'ha tagliato. e mi addormento quando ancora non è tutto arrotolato. ho dormito. anche se sentivo gli squilli. nell'atrio. che chiedevano e rantolavano. scusate ma questa volta tengo tutto per me.
stasera mi fascio di coperte e mi metto al centro della stanza. per amarmi ancora un pò. per abbracciarmi da solo. per vedere quanto sono capace di contenermi. per vedere la capienza delle mie mani. e quantificare i decalitri. mi faccio tenerezza. e mi sproloquio parole dolci. e mi canto i sogni negli occhi. poso la testa sulle ginocchia. e con lo straccio di mascolinità, mi struscerò le gambe. stasera prendo un treno lungolungo, che di più non si può, e corro da te a gambe levate. a frignarti, che certe cose non me le hai raccontate. per sentire le bocca tappata dalla tua mano. e sentirmi dire che le avvertenze me le avevi date prima dell'uso. per poter correre sui tricicli. per prenderle di ritorno dal mare. schizzando sugo sulla pancia. per farti arrabbiare fino al collasso. sino a tornare con la testa nella sabbia. per organizzare un complotto in terrazza. e contare tutte le formiche sul parapetto. fino a quando tutto sarà passato. e saremo pronti per ricominciare.
...lo sai che ti strapperei la pelle. ricucendoti, poi. con la bocca. come tutte le volte. dopo i capolini e le danze rituali. come se non ci conoscessimo. come se le mani non si fossero mai accompagnate. come se ogni luogo non fosse ancora esplorato.
eppure continuo a mangiarti. a rimbalzi. avidamente. neanche dovessi finire da un momento all'altro. con un giro di lenzuola. nelle tue linee. nelle tue spalle. ingoiato dal piacere. esasperato. mentre il mondo gira. per le sue vie. noi, nei nostri odori che si rigenerano. nelle nostre braccia. uno sull'altro. col sudore mio e tuo. ad incollarci. a scalciarci in questi primi caldi. e nei perdoni a ripescarci. la gioia che si perde nel piacere. e i sorrisi ghignosi dei nasi che lottano. che si annusano. e si spandono ovunque. lunghi. senza respiro. si potessero imprigionare i profumi nelle narici! per fermare tutto e lasciare che la nausea ci costringa ad aprire gli occhi. su quei volti trasformati. con le teste malvage. animali. a vergognarsi, poi, per aver afferrato. e fatto preda. i corpi che continuano a cercarsi. senza darsi appuntamento. nei presentimenti dell'aria. a rispondere ai richiami. in mezzo alla gente in festa. poi basta raccontarsi il giorno per baciare le mani. e accarezzarle. per scoprirsi ancora affusolati. e difficili da scandire. nel proprio. nel suo. allora spengnerò le luci e ti farò volteggiare il viso sotto la lampada. per scoprirti ancora nuovo. per vederti le caverne degli occhi. e provare una lingua mai stanca di girare e stendersi. sulla mia. e bere... quando affannati. si cade morti. sfiniti. nel vigore di chi ha preso. stretto. tutto quello che poteva. con la propria forza ciò che scappa. che termina. solo perchè ha avuto un inizio.