mercoledì, 17 giugno 2009



...il ragazzotto continuò a sbocconcellare il suo pane; prima ancora che un boccone fosse giù per il canerozzo, c'era gia un secondo che si affacciava alle sue labbra, per essere addentato e ingurgitato. voglia di pane, che evidentemente non era fame, se non una continua dimestichezza di chi ama parlare a bocca piena, onde evitare di protrarsi in discorsi che avessero un senso...ben presto, però, nonostante la tracotanza usuale del suo comportamento, si sentì a disagio nell'essere fissato da quell'uomo, e come chi annusa all'istante il disagio procurato all'altro, si barcamenò in un intervento senza curarsi di ciò che andava a domandare, chiedendo per l'appunto di cose già sapute e sentite, ma l'altro lo stupì e stordì tanto, da non pensare che la discussione potesse prendere un tutt'altro piede. si strofinò il palmo delle mani contro la bocca e gonfio e massiccio, gli chiese:" ora dunque, che sei riposato e stanziato nelle terre di mio padre, mio illustre ospite, vorrai tu parlarmi di quando quelle creature mostruose chiamate sirene, tu incontrasti? dimmi odisseo, perchè mai furono dipinte e raccontate così orribili da te, tanto da farmi ricordare l'immagine violenta che mi fu data, di loro, in tenera età? è proprio vero che da loro occorre fuggire, non restare, scappare ed ignorare? a tratti penso che sia da deficienti nascere e poi crescere se la maggior parte delle cose, delle creature e dei posti sono già stati dotati di un nome, di una qualifica e mi rincresce dover dare per giusta la verità degli altri, sicchè ci sono giorni in cui sogno di ricominciare il mondo da me; per esempio, proprio non mi scende che la mostruosità potrebbe essere malvagia! magari colpisce l'occhio, travisa lo sguardo, ma delucida la mente..."
allora odisseo, resentando la malavoglia, armò il suo volto della gloria della sua esperienza, temprò il tono e si rivesti di amicizia e sagezza, scorse negli occhi del ragazzo il desiderio di conoscienza, capì che c'erano notti in cui non dormiva perchè avrebbe voluto sapere il numero esatto delle stelle, per poterle contare un giorno, senza addormentarsi per scoprirle finite. si lisciò il capo e rivide in un baleno tutta la vicenda, si riunì in se stesso e concilio la risata con la compresione e prese a spiegargli così:" che sono brutte, l'hanno detto in tanti, te lo dico io ora, ma di certo non sarò io l'unico a ripeterlo; che han viso di donna e corpo d'uccello, anche demodoco lo scrive. la voce, la definirei sublime, accattivante come di musico durante i banchetti, ora se un uomo allieta venti commensali, cosa credi che possano fare venti sirene ad una ciurma di uomini, con la loro voce? il pericolo te lo leggo già negli occhi, eppure non vedesti e solo sapesti. che sono malvage te lo dico io e le ossa che vidi sugli scogli, quando passai per quel lido, se solo potessero parlare. quindi dovrai credere a me, se di me credi la verità. se così non credi, ragazzo mio, concediti il beneficio del dubbio, prepara un vascello e vai. prega però prima gli dei e sacrifica tori affinchè tua madre possa un giorno riabbarcciarti. ora, se la bruttezza e il pericolo di queste creature è il farti restare con loro, vedi oltre...vedi e cerca di comprendere, come questi esseri assai lontani da essere definiti animali giammai umani, cosa producono(devo terminare)
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dritto dritto in: librato
lunedì, 15 giugno 2009


"Finchè esisterà, a causa delle leggi e dei costumi, una dannazione socialeche in piena civiltà crea artificialmente degli inferni, e aggiunge una fatalitàumana al destino, che è divino; finchè i tre problemi del secolo, la degradazione dell'uomo nel proletariato, l'abbiezione della donna per fame, l'atrofia del fanciullo per tenebra, non saranno risolti; finchè, in certi settori, sarà possibile l'asfissia sociale; in altre parole, e da un punto di vista più ampio, finchè esisteranno sulla terra ignoranza e miseria, libri di questa specie potranno non essere inutili".


da " I miserabili". Victor Hugo.


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dritto dritto in: illuminato
lunedì, 08 giugno 2009


" Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro di te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
-nel pensiero, in un'ombra di azione-
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza(...)"


da " L'usignolo della chiesa cattolica". Pier Paolo Pasolini
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dritto dritto in: tradimento
domenica, 07 giugno 2009


  notte e insonnia. sonno e caffè.
un pò di lune mi hanno distaccato dalla parola; un inverno intero che ha generato il nuovo. l'ennesimo nuovo, che tornerà vecchio con domani. mi scorno nella testa e mi convinco della santa ragione: che è giusto tornare a parlare di sè in questo posto nonostante le assenze e i colpi di frusta che mi lasciano senza un filo conduttore, fra i pensieri di eri e quelli di adesso. incapace a sottomettermi a questo destino atemporale della mente, immaginatasi in sequenze sconnesse fra loro. eppur fu così che andò nei mesi scorsi, fu così che i tempi andarono e che io mi lanciai. cose grosse di cronaca e di sangue, passate addosso come di pioggia e acqua sotto i ponti. è così, tento a non dilungarmi nei descrittivi prolissi del caro diario e rendo palese la fottuta cocciutaggine nel credere che anche questo atomo virtuale di libero accesso e sfogo, privo di carta e di inchiostro, possa avere la stessa importanza del taccuino di un uomo trapassato di qualche secolo, di quando stampa e calamai rendevano l'uomo immortale nelle sue gesta e sogni. mi decrepito ancora nell' idea che nonostante la logigità vitale della vita e della razionale formazione del corpo umano, si possano trovare dei nessi fra le enclavi che si passano giorno dopo giorno. l'ennesima voglia rindondante di spiegazioni. fame famelica di cervello che vuole...siccome sconcertato, mi rendo conto di pretendere ancora risposte troppo mistiche e spiegazioni che il genere umano ha smesso di porsi, me ne fotto amabilmente della consecutio temporum e vi dico di quanto mi sono disperato per cercare di restare aggrappato alla vita, quando tutto intorno a me era sconcertante e fantasmagorico, fino a rasentare la follia psichiatrica. tempi duri e mirabilmente umani. atroci e selvaggi della stassa forza della natura, impensabile da tener testa; bagnati di paura solitaria; omicida e pazza nell'essermi lanciato in tutta la bolgia che mi sono attratto. l'esatta perdizione di un essere che vuol trovare, che vuol trovarsi e che non è stanco di cercare. non è stata l'agnizione e trovarmi uomo, ancora più grande, ma il desiderio di vita che  scorre. l'evoluzione di una storia che ti ritrova solo nel buio pesto che nessuno t' ha mai raccontato, seppur prima sentivo nella mia mano, un'altra.  e di tronco, metti in discussione ,tutto, ancora una volta, bruci i ponti di carta e le passerrelle di ricongiunzione; la diatriba fra quello che sei e che stai per essere. quello che vorresti e la sottigliezza che hai. è giorno oramai. non è più tempo di coprirsi la faccia. raso il viso e rinasco a nuova immagine. butto via qualche anno che non era mio. mi vesto di freschezza e mi tuffo in un solito mare, misto a piscio e cloro, sapendo che questa volta la differenza sarò io.
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dritto dritto in: barba
mercoledì, 03 giugno 2009


...piuttosto mi liscio la barba con le mani.
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dritto dritto in: piedone
venerdì, 06 febbraio 2009


trascino, trasudo, trascuro. al risveglio, il ricordo prima della veglia. nella poltrona regale, comodo, come un delfino, anche se mancano i bottoni dei braccioli. meraviglioso e lungo in quella bellezza così trovata per caso. schietto e bianco privo della razionalità. mi dici che è tutto così elementare e che addirittura ci vorebbe un diario segreto, in una stanza verde acido; dove la luce rimbalza anche la notte. non è verde acido! ma è mela. e i colori freddi non mi piacciono poi, così tanto. devo spiegarti che è un modo d'accettazione sottile, tramite il quale faccio fare la pace al marrone col rosso? mi pare troppo sottile in confronto al tuo poulloverino col collettino a V. ma mi fa piacere  uguale, se tu pensassi che il grigio topo è il mio colore preferito. daltronde ti ho mostrato solo le pareti di una stanza. nient'altro. solo il verde che mi butta giù dal letto la mattina, che mi assopisce nel sonno profondo. sai ci sono vite molto diverse dalla tua?! e non dico per i colori delle pareti, anche perchè lo stesso verde te l'ho visto colorato nel riso amaro che fai quando discosti la lingua dai denti. c'è, l'ho visto! ma ci sono vite differenti, per natura, modo di parlare, di vestire, sopratutto di vedere. sì, vuoi che ti dica cosa vedo ora? vedo la belezza ghirlandata di fiori di plastica. orchidee rosa, sul ciglio dell'orecchio, sullo sfondo di lana blu. tutto preciso e pronto per una sana interrogazione inpertinente di grammatica multimediale.  cosa ne sarà di te quando alla prima domanda, ti verrà chiesta la posizione del genitivo sassone in prossimità del sostantivo? farai vezzosi inchini, abbasserai lo sguardo e con gli occhi di una vergine suicida dirai che non eri ancora arrivato alla pagina 44 del manuale?! che fine hanno fatto i tuoi anni londinesi? dai raccontami, accomodati e dimmi...ma fai attenzione a non rimanere senza parole, altrimenti sarò prossimo a dirti che ho ragione e che di vedute non ne sai poi così tanto! non è difficile vedere e scovare il merletto e le trine sotto il traforato della lana proletaria. non è un compito arduo, confondere e riportare nella seta chi non si è mai messo delle mutande di cotone. questa gente si veste e si spoglia a proprio piacimento come se in un incontro a due, loro fossero gli unici allofoni presenti. in tanto le parole escono e scappano dalla porta d'ingresso, ti stai perdendo in un ciclone di mossezze, facezie e tantevoglie. tutte indistinte e prive d'origine. perchè adesso ti stringi la gamba del tavolo fra le cosce? perchè premi forte sul pube il pugno che vorresti stampare sulla mia faccia? colpiscimi, se credi che abbia un senso, alla fine io un buffetto te l'ho già dato! e la e sconquassamento che ti ho procurato per me è molto chiaro. vedi ci risiamo. tu per le tue rime.e io mi giro l'ennesima cicca di tabacco. ti sembrerò un uomo d'altri tempi, ma ho una paura fottuta di non riuscire più a dire la mia, e soprattutto di distinguermi fra la massa, la quale, se non ti sei reso conto, da qualche secolo a questa parte sta acquisendo un'unica anima, a discapito di ogni suo singolo componente. fumo. mi perdo nel fumo e ti ricordo qual è l'uscita di sicurezza per allontanarti al più presto da me. da questo cantone dove le cose girano al contrario di come girano nel bar di ieri pomeriggio.
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dritto dritto in: bottiglina
martedì, 06 gennaio 2009


 
...ma tu lo sai che starsene da soli, poi non è così male? un pò lo sapevo già, per il resto lo scopro stamattina. colpa di questa serenità che mi appaga. mi allaccia a questa poltrona e non mi fa trotterellare per il parquet della casa. non sento le ruotine che cigolano sul pavimento e neanche il giro d'aria che creo, quando mi sposto. sto bene, perchè sono fermo. sto bene perchè non ho bisogno di muovere la carcassa, per contare all'infinito le pecore nella veglia, fino ad addormentrmi. sono quieto di uno stare sul campanile. sono placido come i piccioni prima della scampanata. mi compiaccio con me stesso e lo incido subito su un obelisco. prima che me ne dimentichi. a guisa del poi. alla speranza di mai. è inutile...devo ripeterlo: sto proprio bene! questa povertà mi piace. stranamente non mi fa schifo, non mi provoca i conati di vomito e la gastroenterite; stare in mia compagnia è proprio una bella cosa. mi rallegro nel trovarmi così gioviale, così attento nelle necessità. così diplomatico nel deviarmi le domande inutili. mi guardo il mare dall'ultima pietra, non ho paura di cadere e lo guardo ancora. mi mangio la mela che mi hanno regalato alla colazione di lavoro; e mi gusto la polpa fredda del trentino che me l'ha ficcata in borsa. è un pari e un dispari fra il freddo di fuori e il caldo di dentro. al di là di me, è tutto intemperie e gelo e poi all'interno calore. e accoglienza. mi domando se è giusto questo star soli, indipendentemente dalle scelte consapevoli. se è naturale per gli uomini, vivere su un'isola nel bel mezzo dell'oceano. deliziarsi dei propri frutti proibiti. e bere alla fonte delle acque incontaminate . quanto può bastare un deserto per la propria estasi? si corre il rischio di vedere gli altri come aborigeni? da educare, o da allontanare, o semplicemente da annientare, in modo tale che non ci ricordino la tenebra? credo che in fondo in fondo, ogni animale se potesse, non lascerebbe il proprio habitat e il proprio gruppo. se non per accoppiarsi. credo che l'uomo è bello in comapagnia. così come è bello vedere l'eremita assorto nei propri pensieri e dubbi, nella grotta. è bello anche vederlo felice. capace di godere delle proprie forze e gioie. abominevole un essere umano che non è in grado di godere di tutto quello che è messo a sua disposizione in questo eden, così poco veritiero e letterario. è triste vederlo contrito. da se stesso, per colpa sua. incapace a girare le macine e intento a farsi forza e nel remarsi contro. una tristezza che sento non appartenere più a me. è acqua passata. non è quello che ho ora. quello che possiedo è ben altro e lo vedo brillare nei miei occhi. dopo tutto, non dimentichiamoci, è pur vero, l'amore non può essere legato con un contratto. che sia la pazzia a gestirlo e il caos che regnava sovrano all'inizio dei tempi.
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dritto dritto in: epifania
giovedì, 01 gennaio 2009


ancora un poco e dovremmo esserci. ancora una manciata di tempo frantumanto e sarà un quarto. una manciata di anni. un pugno di cose, in confronto alla miniera che mi aspetta. anni in cui, bazzico questo suolo. così terreno e terra terra. tempo lento, veloce, frenetico, che mi ridefinisce le forme. m'insegna a dire. a parlare. e con la lingua. e col corpo. il tempo m'addottato. m'ha fatto figlio. e m'ha insegnato. per bocca di chi doveva. mi snellisce e mi slancia. alto e forte. sano e robusto. m'ha regalato i sogni per la notte. e le caselle di un cruciverba per il giorno. doni e regali. partenze e arrivi. perdite e acquisizioni. nella buona e nella cattiva sorte. c'era lui. c'ero io. c'era il resto del mondo. che mi è passato accanto. sott'occhio. di passaggio e per cena. in un privè e dietro una tenda. nudo e crudo. ma anche lieve e trasparente come lo zucchero filato. tutto nei piatti della bilancia. per pareggiare. per essere giusti. ha dato e ha tolto. come la meccanica e le leve. posso dire che c'ero sempre. è scontato. e ne sono stato il protagonista. ho imparato a pagare l'affitto il primo di ogni mese. così come il 27, gli statali s'inginocchiano a san paganino. ci sono ancora. perchè sento il respiro. l'ossigeno che entra nelle narici. il petto che si gonfia. i polmoni che sbafano. e di nuovo. da capo. nel circolo dell'aria. come una litania interminabile. ho imparato a parlare sopra i ritmi silenziosi delle stagioni.per non sentire il passo lento delle lancette. perchè lui va sempre e non si ferma. a volte vorrei trattenerlo, altre premere sull'acceleratore e farlo partire veloce come un razzo, affinchè mi porti via l'amaro e mi lasci il dolce. vorrei che i giorni fossero felici. tutti. non vorrei imprecare contro dio. non pensare che sia sempre colpa sua, smetterla di credere che si diverta a fare il bastian contrario. essere in pace. venire in pace e far trasparire il messaggio dai pori della pelle. chiudere la porta e non sentrimi solo. tenermi la mano e accompagnarmi ancora fino in fondo. schivare gli ostacoli. piangere. rialzarmi dopo la caduta. volermi bene e curare le ferite. togliere le bende dagli occhi e vedere i colori come li vedi all'asilo. voglio sentirmi nudo senza barba. e vestito,  bagnato dopo la doccia. andare avanti. prendere e dare. per me. per gli altri. per questa metropoli mondiale. inserirmi nel sistema della vita e consumarmi. logorarmi e consumare colletti di camicie. continuare a collezzionare spazzolini, per non contare con i numeri. voglio riprendermi tutto quello che l'ingiustizia si è portato via. litigare con lei. al suo sportello e dirgli che non ha cuore. che da uomo a uomo certe cose si dovrebbero capire. reclamare e urlare qualora non volesse ascoltare il mio parere. manifestare, anche seduto, per i miei dissensi. e capire qualcosa di quello che succede. di quei misfatti che non provoco io. non chiedo troppo. chiedo solo di lasciarmi fare. credimi sarà così. dopo tutto valgo solo quanto un ragazzo.
 
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dritto dritto in: kronos
martedì, 23 dicembre 2008


un biglietto solo d'andata. per cortesia. il ritorno lo farò poi. la destinazione è sempre la stessa. è lì e non si muove, non può muoversi. sarebbe troppo pesante. un posto non può spostarsi. quel posto non può. le pietre son pesanti. lì stanno. il solito viaggio d'andata e ritorno. la fuga temporanea per la spolverata. sempre lo stesso. uguale. stesso treno. la puzza pure. stacco i vertici e parto. parto per andare e per tornare. non per stare. non potrei. non ce la faccio. lo sò. sono il solito stronzo. che viene a presidiare. che spacca i concetti e poi li lancia in aria il giorno della numero duemilaottesima nascita. è vero, nonostante tutto, lui nasce. lei partorisce. non si può chiedere ad una gravida di vita di aspettare. come le spieghi ciò? mi scusi...sa...non...umm...magari le chiedo troppo, ma...può aspettare ancora un pò? magari mangia pure l'ultimo cigno ripieno di panna e dopo andiamo verso...lei che ne dice? no, non si può. non funziona così. lei deve. punto e basta. ma per dindirintina, ma come faccio a sedermi a tavola ora che mancano 2 persone al banchetto? come si mangia in quattro attorno ad un tavolo dove si è sempre stati in 6? come ci disponiamo? o meglio, io il mio posto ce l'ho già. è quello da sempre. ma, dunque, ai posti degli assenti chi si siede? un'ipotesi sarebbe quella di scalare, ma, non si può. rimarebbe vuoto il posto del capotavola. e io non ho nessuna voglia di sedermi al centro. di essere servito per primo. e soprattutto di tener testa ai rimanenti astanti. direi che il medico avrebbe da ridire. non ce la farei. è tanto per me. ve lo ricordate che sono dell'84? e poi ci sarebbe il posto al principio del tavolo, quello a sinitra, come la mettiamo? diamine che casino. quest'anno siamo proprio pochi. manca gente. uffa...posso alzarmi prima del capitone? col baccalà e le rape stufate, son sazio! ve lo giuro che non ho più fame. MA STAI CRESCENDO!? ecco appunto...un pò di cose, vedo giusto bene, che son cambiate, ma per favore non ricordarmelo. faccio fatica a tenrmi testa da solo. quindi capisci che non potrei essere al centro nella sala capitolare? possiamo chiamare questi 2 solo per oggi? vi prego. vi scongiuro. ECCO SEI SEMPRE LO STESSO. SEI SEMPRE IL SOLITO. MA TI RENDI CONTO QUANTO CI HO MESSO A MANDARLO VIA? E TU OGGI, è NATALE, NON DIMENTICARTELO, VUOI CHE IO LO CHIAMI E GLI CHIEDA DI VENIRE A MANGIARE QUI?! MA CHè, SCEMO SEI? NO, TU ORA MI DICI...NON HAI CAPITO NIENTE, QUANDO è TOMBA, è TOMBA. QUANDO DICO UNA COSA, QUELLA è. QUELLA FACCIO. E POI è INUTILE CHE Mò COMINCI A DIRE CHE TI MANCA ANCHE LEI...LO SO, SO TUTTO, CHE TI MANCA, CHE...LASCIAMO PERDERE. NON VEDI CHE SIAMO RIMASTE IN DUE? DUE BRACCIA SENZA UNA TESTA. SENZA DI LEI. E PER GIUNTA...TI RICORDO CHE ABBIAMO PERSO ANCHE DUE UOMINI. COSA SIAMO IO E QUELLA ADESSO? ADESSO NON MI RISPONDI? COME CREDI CHE POSSANO VIVERE DUE FEMMINE SENZA UN MASCHIO? NO, DIMMI TU.INDEMEIN. PIUR U REST. CRISC R FIGH, CRIS R PURC. AVAIV RASCAUN LA DTTER...'NA MAMM CRESC CIND FIGH, MA CIND FIGH NAN CAMBN NA MAM. SIND AVAST. NAN M SI ANGLISCEN U NATEUL. vabbene, ho capito... e certo che ho capito. so già tutto. è un casino. non ne parliamo più. non posso dirti che hai torto. in fin dei conti la vita è tua, quella che è stata era mia. ora ad ognuno il suo. gridd gridd, ogne d'iun penz p' idd. ma ricordatevelo che in un modo o nell'altro, nel male e nel bene, eravamo uniti. bhè si parola grossa. diciamo che eravamo affiatati. e ci volevamo bene. ognuno a modo suo, certo, è stato questo il problema. diciamo che eravamo degli artisti nel dimostrarci l'amore. artisti, col taglio futurista, anzi tu no. ovviamente tu più demodè. io, ci-vi reputavo la mia famiglia. è questo il dilemma. ho un vuoto. non riesco a colmarlo. si è sfasciato tutto e non mi avete dato niente di ripiego. come faccio? provo a scrivere una lettere a gesù bambino? siamo sempre lì...sotto il piatto di chi la metto quest'anno?
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dritto dritto in: vialeopardi104
giovedì, 06 novembre 2008

"Sogni e favole io fingo; e pure in carte

mentre favole e sogni orno e disegno,

in lor; folle ch'io son, prendo tal parte,

che del mal che inventai piango e mi sdegno.

Ma forse, allor che non m'inganna l'arte,

più saggio io sono? è l'agitato ingegno

forse allor più tranquillo? O forse parte

da più salda cagion l'amor, lo sdegno?

Ah che non sol quelle ch'io canto o scrivo

favole son; ma quanto temo e spero,

tutto è menzogna, e delirando io vivo!

Sogno della mia vita è il corso intero,

Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,

fa ch'io trovi riposo in sen del Ver."

 

"Sogni e favole io fingo", da Opere, di pietro metastasio

 

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dritto dritto in: centrale
lunedì, 03 novembre 2008

all'inizio pensavo che se ne sarebbe tornato, nello stesso canale di scolo da cui era arrivato. credevo che la consapevolezza avrebbe fatto il lavoro sporco, che mai avrei avuto il coraggio di portare a termine. la convinzione mi avrebbe svegliato con la sua assenza e non mi avrebbe procurato nessun vuoto. nessun barlume di angoscia. per quelle notti, in cui, di ritorno a casa ho tenuto i pugni stretti in tasca. e le spalle larghe per far paura ai cani randagi. col petto gonfio. a soffiarci dentro più di eolo, nel palloncino. mi sono ridato da fare a ripensarmi ancora una volta solo. in compagnia di me stesso. con la manina nella mano gigante. di chi deve crescere più forte del proprio nemico. direttamente proporzionale e grande quanto i giorni e la vita che gli si protraggono davanti agli occhi. nel nome della propria salvezza. della risolutezza della propria materia cerebrale. e del proprio futuro estremamente indipendente dalle forze emotive altrui. nel mio nome che mi dice tutto, e che si versatilizza ogni qual volta che si ricorda che di uno non ce n'è, se non tre e qualcuno in più. in quelle forze adattatrici che firmarono una tana, per sugellare l'arrivo di un bicipide degno di una pianta larga. ferma. e disinvolta. in modo tale che le gote disdegnassero il rossore tutte le volte che il rosso schiacciava il bianco e che l'indiferrenza del pudore sottraeva acerrima la naturalezza di un bioritmo ormai in corso. mi ero mosso per amore del proprio amore. o meglio, mi spiego. per amore della mia ricerca. senza sapere che per ricercarmi mi sarei dovuto perdere nelle braccia dei passanti. scoprire nel loro buio. la mia luce. la candela che mi avrebbe portato giù per la galleria. dritto in fondo, sfociando sulla mia strada. certo è vero che di ogni libro letto, si costruisce la mattonata del proprio edificio spirituale. fatto dal sapere e dal giudizio di chi prima di me ha già sondato i territori di questo vecchio mondo. questi, se è vero che sono i gradini, sui quali salire e podiare, è anche vero che costano una certezza che sui piatti squilibrano i sentimenti e la franchezza di chi li adopera. ti fanno sorridere del pegno della scoperta e dando le spalle, piangere per aver grattato alla matrice d'oro...pensavo che se ne sarebbe andato, invece se l'è portato in bocca la paura vermiglia. lasciandomi solo nella certezza del mio calore. abbracciato a me stesso con in mano i papiri delle verità assolute. dimentichi della relatività della carne e della sostanza vitale: una, unica, irripetibile e certa. quanto l'aria che respiro, quanto il mattino che mi risveglia. e se il sole scalda e fa rinascere, è pur giusto che novembre sia un lutto e che il suo gonfalone sia viola. perchè non temo di cadere, se la promessa è quella di rimettermi in piedi. e tornare, seppur esausto, nel mio letto, solo, rimandando ancora al domani la trovata del secondo fiato. a quando lo vorranno i numi. a quando il seme, serbato nella terra, germoglierà. verde e fruttuoso. nel nome di una natura rigogliosa e materna.

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dritto dritto in: novembre
mercoledì, 15 ottobre 2008

" I demòni, usciti dall'uomo, entrarono nei porci; e la greggia si gettò dal precipizio nel lago e affogò...E uscirono gli abitanti a vedere ciò che era accaduto e, venuti a Gesù, trovarono l'uomo, dal quale i demòni erano usciti, seduto ai piedi di Gesù, vestito e in buon senno..."

da "Vangelo secondo Luca", VIII, 32-37

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dritto dritto in: briciole

" Se resto sul lido,

se sciolgo le vele,

infido, crudele

mi sento chiamar.

     E intanto, confuso

nel dubbio funesto,

non parto, non resto,

ma provo il martìre

che avrei nel partire,

che avrei nel restar."

da "Didone abbandonata", pietro metastasio

blaterato da: forviante verso le 19:15 __ | link | commenti
dritto dritto in: ghignando
martedì, 14 ottobre 2008

" è la fede degli amanti

come l'Araba fenice:

che vi sia, ciascun lo dice;

dove sia, nessun lo sa.

Se tu sai dov'ha ricetto,

dove muore, e torna in vita,

me l'addita, e ti prometto

di serbar la fedeltà."

da "Demetrio", pietro metastasio.

blaterato da: forviante verso le 20:49 __ | link | commenti
dritto dritto in: cenere
domenica, 28 settembre 2008

"...Alla sua base è stato riscritto qualche antico titolo dell'umanità che l'architettura non aveva registrato. A sinistra dell'entrata, è stato sigillato il vecchio bassorilievo in marmo bianco di Omero, a destra la Bibbia poliglotta innalza le sue sette teste. L'idra del Romancero si erge un pò più in là, e qualche forma ibrida, i Veda e i Nubelunghi. Del resto, il prodigioso edificio rimane sempre incompiuto. Il torchio, macchina gigantesca che pompa senza posa l'intera linfa intellettuale della società, vomita incessantemente nuovi materiali per la sua opera. L'intero genere umano è sull'impalcatura, ogni spirito è un muratore. Il più umile tappa un buco o posa la sua pietra. Tutti i giorni s'innalza un nuovo piano. Indipendentemente dall'apporto originale e individuale di ogno scrittore, vi sono contingenti collettivi. Il diciottesimo secolo dà l'Ecyclopédie, la rivoluzione dà il Moniteur. Certo, è anche questa una costruzione che cresce e si accumula in spirali infinite; anche qui c'è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell'intera unmanità, promesso rifugio all' intelligenza contro un nuovo diluvio, contro un'invasione barbarica. è la seconda Torre di Babele del genere umano."

da "Notre-Dame de Paris", victor hugo

blaterato da: forviante verso le 20:20 __ | link | commenti
dritto dritto in: lego
mercoledì, 24 settembre 2008



" ...Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. é proprio cosi: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza..."

 


francesco petrarca

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dritto dritto in: within&show
domenica, 21 settembre 2008



"Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a  un polveroso prato.

 


Ah l'uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l'ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

 


Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che siamo, ciò che non vogliamo."

 


eugenio montale, Ossi di seppia.

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dritto dritto in: sicumera
lunedì, 15 settembre 2008

sì, voglio ancora credere che certe sonate siano per me. che certi ritornelli sono affidati alle folate di vento per musicarmi le orecchie. per farmi perdere nei vortici arancioni dell' autunno. sapessi quanto mi ha irritato vederlo coi piedi nudi, girare per la mia cucina. quanto fastidio ha provato la mia pelle a doverlo sopportare. eppure lui non aveva colpa. era lì. l'avevo chiamato io. in coscienza. neanche disturbava. nel suo era anche aquattato. secondo i suoi usi. attento a non sporcare. mi ha brussigliato il petto. e per me era meglio se fosse andato in un altro posto. a risolvere altre questioni di gravità mondiali. avrei voluto che fossi stato tu a chiudermi il ginocchio in una mano. a dirmi che se il vento fuori minacciava burrasca, alla fine noi avevamo tutto. un tetto. un letto. del latte. e che potevamo bastarci. ho anche pensato che fosse un sacco godurioso, aggrovigliarmi con quell'altro, piacevole, pensando a te. chiudendo gli occhi e facendo finta che fosse tutto così lecito. se solo non avessi fogli d'appunti nel cassetto. se solo non mi volessi bene. se non avessi ben chiaro in mente quello che sto cercando. quello che ho perduto. o che forse, chissà, non ho mai avuto. sarei un perdente. se tutto ciò fosse la truce verità. d'altronde la manovra deve bruciare a fuoco lento. io mi lascio rosolare nel mio stesso sugo. a fiamma bassa. non è il caso di ghigliottinare improvvisamente una natura che deve fare il suo corso. di mezzo ci sarebbe il piacere sadico del dolore. tutto da godere. e poi, perchè, capisci, non è una questione di arte fine a se stessa o di catena di montaggio per robotizzati. è solo che il diniego dell'impiegato delle poste non fa per me. il tum-tum dei timbri bollati. quando questi, se ne starebbe a casa, a scrivere de le gioie e de le pene di madonna laura, in mio onorevol corpo. evidentemente, è mancata la follia in tutti i suoi capelli ricci e ispidi. e le orme sulla sabbia sono assai profonde. due teste sulle spalle, le hanno lasciate.

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dritto dritto in: spezzatino
sabato, 13 settembre 2008

sazio. pulito. è arrivata l'acqua a scrosciare sui tetti. prendi una colonia di gatti e mettili alla finestra. all'ultimo piano. aspettando sotto la pensillina, sorrido compiaciuto. la serenità mi appaga. quest'elemento monda. da tutte le sozzure. dagli inghippi fa rinascere. e sono le acque tanto attese. tanto pregate. sono arrivate. gaudenzia, se stasera sei libera, ti passo a prendere e ce ne andiamo al nostro solito posto. mettiti il k-way, quello rosso, col cappuccio. così ci diciamo quanto siamo impazienti. hai visto... la pioggia è arrivata. l'orso bagnato è ridicolo. ancor peggio quando pesca salmoni contromano. è un' ingiuria del tempo e alla buon costume. uno spettacolino degno della siora moira. un colosso con le gambe spezzate. la sfinge, col mento consumato dal vento.

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dritto dritto in: giobbe
martedì, 09 settembre 2008

è in queste ore del giorno che m'assale. che mi torna a soffiare sul coppino. lungo tutto la colonna vertebrale. facendo della mia pelle un continuo spruzzo di sudore. mi arriva con la digestione. come se chiamasse il divano e il tg di mezza sera. sarà colpa del mangiare crocifisso in sala mensa. o del vassoio e delle posate di plastica. ma me la sento al fianco. fredda. impeccabile. longilinea. e veggente. lei che tutto sa. lei. a cui non puoi nascondere niente. lei. che non si disturba tutti i giorni. sa quando venire a farmi visita. non appena c'è il sentore di vaghezza o proprio di vuoto. viene a trovarmi. a cancellare i colli sbrilluccicanti e il mare che da rosa diventa blu. sempre più blu. nero. da far paura. da non aver più il coraggio di nuotare fino all'orrizzonte. si ficca nei padiglioni e si para davanti agli occhi. e comincia a cantare una musica cruda. che non conosce la pietà. che non sa cosa fare della mediazione. insofferente. lei continua. a decantare il passato. il presente. con l'ardire di diagnosticare il futuro. con tutte le sue molteplici fantasie da sott'insieme. agli occhi poi spetta ven. e l'analisi microcosmica. sa come prendermi. ipnotizzarmi. e come farsi raccontare la verità. che già conosce. che ripete a memoria, qualora dovessi mancare della dovizia del particolare. ed io mi sento un cagno. preso per le orecchie. che reclama. che richiede le zampe per terra. e a singhiozzi sono costretto a ripeterle. dei salici e delle cetre suonate dal vento. dal caso. squarciati cielo. riprenditela. e terra perchè non t'apri.

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dritto dritto in: digestivo
domenica, 24 agosto 2008

in definitiva, non capisco perchè tu non voglia capire. eppure ti ho sempre visto sveglio a certi rintocchi. a certi bombardamenti di confine. mi cerchi ancora. ora che ho messo il mondo alla porta. ora che mi rintano per leccare le ferite inesistenti. per giudicare uno stato d'animo che non ha motivo di esisistenza e nonostate tutto reclama diritti. come una compagnia di attori, prima creati, poi abbandonati sul lastrico di un di dietro le quinte. lasciami stare qui. mi sento già ridicolo quanto un pagliaccio che prova a fare il giocoliere. pensavo di poter mantenere l'equilibrio su di un alluce . ma non è così. devo fare i conti con una realtà più dura del soffice sognare. è la legge del taglione. del lanciare il giavelotto alle olimpiadi. o del disco volante. che prima o poi ritorna, come nella natura matrigna. poi il dolce. poi quello che viene sarà anche un unguento. mi chiedi di esorcizzare. e mi fai le didascalie di una morale equa. ma io così corro il rischio di sentirmi più idiota. tanto da potermi odiare. conosco bene il mio testone. con le corna e la barbetta. amano ficcarsi tra i rovi per gemere il salvataggio. e sul più bello, rifiutare l'aiuto. per dare il colpo di testa e annunciare al pubblico che les jeux sont fait. e che la prossima volta prima di entrare al casinò, porterò solo la moneta spicciola. per non impegnare anche le mutande e l'anello di famiglia. potrebbe sembrare un rutto dopo il gelato. uno sprigionare l'aria dopo aver mangiato un melone in terrazza. ma il simposiare di certi argomenti mi fa anche questo effetto. mi rigurgita quel tutto che mi fai provare. il misto mare difficile da analizzare. quella dolcezza di un occhio timido. che si chiude quando va in profondità e che si spalanca quando è arrogante. ecco capisci. il perchè. mi fai dolcezza e poi rabbia. corsa e riposo. insomma ti appoggerei la mano sulle spalle e ti direi che non sei solo al mondo. e che a pensarla in un certo modo, non sei l'unico. ma che siamo un madrigale a coppia di due. una banda in sintonia. nonostante gli assoli e i divieti. ma sul più bello mi fai venir voglia di spingerti per terra. di faccia sul marmo bianco e farti sentire il congelamento della punta del naso. per farti provare tutta la vergogna e la semplicità per aver desiderato un apollo in terra. un uomo che fra i tanti è stato capace di farmi fare il salto in lungo, senza la mano nella mano. senza il timore di sentirsi programmati. ma solo me stesso, al tuo cospetto.

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dritto dritto in: pechino
martedì, 19 agosto 2008

un'estate non vale un silenzio. nemmeno quando le parole sono troppe per l'alcol ed i boccheggi salgolo col termometro. vale invece quando si dice e si parla e si vive, e non si capisce verso quale meta si sta andando, per quale tondo, per quali tavoli. alla ricerca di quale conchiglia perduta. dicendosi e racconatandosi cosa si vuole, e si è. fronteggiando le spese di tutti i desideri effimeri, per lasciare in lista, l'importante, il necessario. il nucleo. parola dopo parola. concetto dopo teorema. corri il rischio di spolpare i rami e le foglie. arrivando dritto dritto al quel pugno di carne grondante. indifeso. pulsante e muscoloso. quel cosino là, che dame e cavalieri sono riusciuti a non farci digerire. lasciandoci tutti con le dita in gola. riversi uno sul proprio fianco. attenti solo a non sporcarsi le mani. ma nonostate tutto qualcuno sfugge alla nota del regime. e si dimena. s'imbatte e non ha paura di quali conseguenze può portare il parlare con le rime. e si lascia andare come se non avesse piombi ai piedi. per non ricordare la legge gravitazionale. senza un peso. sorvolando tutti. la casta. la strada ed il meriggio dell'anno. un continuo annussarsi e mettersi alla prova. per scoprire e poi rimettere la testa sotto la terra, alla ricerca del lombrico sempre più lungo. augurandosi di trovarne, prima o poi uno insieme. da dividere insieme. al buio. negli anfratti del terreno. con parsimonia e tutta l'onestà che ci vorebbe per dar da bere a tutta l'africa nera. questo sarebbe un destino leale, seppur ricercato. ma non tiene conto di quando lui ha paura di finire sulle braccia del bel giovane. per dimostrargli il bene e ficcargli il naso nel collo con la scusa di stringerlo e portarlo via. scappare e avere il coraggio di dirsi tutto quello che si prova, l'uno per l'altro. dando forma ai pensieri. senza la paura di usare le parole nude e crude come sono. per arrivare finalmente al cuore delle cose. senza vergogna. lasciandosi dietro una troia in fiamme. e finire a pancia in giù con i polmoni che scoppiano. sulle rive di un mare. a giocare l'acqua. a fare le onde con le mani. ad non avvicinare più i torsoli marci. e senza cercare la metà della propria mela. perchè la scioltezza di due lingue che si parlano e si comprendono nel loro gergo, non hanno simili tra le ricchezze di tutti i corpi animati.
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dritto dritto in: rovesci
domenica, 15 giugno 2008

in quei giorni lontani, che nessuno di noi ricorda. per certo. erano stati messi tutti in cattura. a cuocere. nello stesso pentolone. a fare di loro stessi un'unica schiuma oleosa. mentre il fuoco prima li trascinava sul fondo. poi li sbuffava in superficie. a riprendere aria e a spandere il loro nauseabondo mischio. indistinto, che allineava ruggiti e belati. senza far riconoscere forme e lineamenti. tutti immolati per il cianbotto universale. quello che avrebbe prodotto il dado in polere della vita futura. i loro non erano lamenti. ma solo partecipazioni parlate. di chi, prima inconsapevole, poi certo, pronunciava il proprio nome, nonostante non avesse mai visto riflesso il contorno. e così in un giorno come tanti altri, di scottature e bolliture, la temperatura si alzò. tocco lo zenit. e con un calcio furono lanciati tutti fuori dalla tinozza e istintivamente dovettero cercare il loro canale di scolo. per seguire la meta indicatagli dalle proprie gambe. così nella diaspora delle specie, nacque la distinzione delle materie diverse. che li costrinse alla caccia al tesoro. il cui premio non fu un ideogramma. bensì il posto dove abitare. fra di loro, c'erano coloro i quali non avrebbero mai assunto forma fisica, i destinati al firmamento. che avrebbero attestato la grandezza dei cieli. e l'onnipotenza di chi li aveva pensati in cuor suo. tutti gli altri furono mandati a un ciclo duraturo, che ad ogni ansa avrebbe portato via la giovinezza. loro unico obbligo, tramandare i geni e l'insegnamento. ai più grossi, ora chiamati dinosauri, furono date le chiavi inglesi in modo tale che gli altri riconoscessero il loro primato manuale se non la potenza che scaturiva dalla loro possenza fisica. assai forti e vigorosi quanto stolti, da non riuscire a capire che la loro corpulenta forma causava la morte se non lo schiacciamento di tutti quelli che volevano accarezzare e baciare. e allora decisero di fermarsi sulle sponde di un mare e di aspettare che un'onda anomala li stregasse. altri più guizzosi, così si dipingono, confluirono nell'acqua. si chiusero le cernire e si squamarono col sapone, per scappare quando sentivano l'odore delle patate arrosto. e di loro solitamente non si conosce niente se non che ogni tanto, quando il sole splende, o la luna parla, saltano fuori dai fondali melmosi dei mari, per crepare l'acqua e farne ballare ogni sua goccia.  degli altri, ora, potremmo perderci per le pagine della tregatti, ma ancora una spacie si distinse e di cui è buona cosa rammentare. una pecora, mezzo fauno e per il resto capra decise di fare il cammino a ritroso, e andò verso occidente. cominciando a risalire una scala sgretolata dai dinosauri. si intestardì e dicise di percorerne ogni scalino. fermandosi solo quando, giunto alla vetta, avesse annusato aria nuova. e in posizione segugia si sarebbe strusciato con le raffiche di vento. per godere di tutto quello che era intorno a lui. e di cui ne era parte. ma non padrone.

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dritto dritto in: oroscopando
sabato, 14 giugno 2008

me lo avevi raccontato il nostro paese. in quel settembre nero, di cui più niente era certo. se non che gli amici, si erano rivoltati contro. così, all'improvviso. il caos, le perturbazioni conturbanti. le divise non erano più un lasciapassare. bisognava correre a napoli. riprendersi il marito. e portarselo a casa. e nasconderlo come la farina fra le menne. di corsa dal mercato nero. erano i tuoi giorni quelli. e tu avevi dimenticato la gonna da qualche parte. e... come se avessi avuto un prima, ti inventasti i pantaloni, e come si portavano. mandasti l'amico storpio. e lui tornò senza un bel nessuno. raccontandoti esattamente le cronache di chi non c'era e già immaginava. quel giorno mi tralasciasti, le pene che passasti nei due anni successivi. non ho mai saputo quante palline ti sei lasciata scorrere, prima che lui tornasse. quante volte avevi lanciato l'occhio al cielo. per arrabbiarti contro chi te lo aveva portato via. eppure tornò. suggellaste l'amore in bicicletta. scappando anche voi. per lasciarsi dietro le terre. gli alfabeti e i panni. meravigliosamente aggrappati l'uno all'altra. con le toppe sui calzoni e il soprabito duro. ed io, ora, mi ricordo i tuoi occhi piccoli, che diventano di acqua, che non ti persero. col collo rigido, e senza fazzoletti in mano, poi mi dicesti che in un modo o nell'altro bisognava inventarsi un paese nuovo. che a roma. un sacco di coppole e mantelli, stavano parlando e discutendo per voi. in tanto si cominciò a ricominciare, per la bella italia. dicesti. che bisognava ritornare al posto più lontano dalla casa, alla terra che non vedeva un uomo da tanto tempo. e che le leggi le avrebbero fatte i soliti. l'importante era riempire le culle e mangiare. per poter raccontare ai venuti una storia più bella. con meno lacrime e più dolci. e tutti ci credettero. vi rimboccaste le braccia e andaste avanti. senza guardarvi indietro. senza dimenticare niente. zappa e giornale. limoni e feste. mentre lui sudava, tu partorivi e traducevi, quello che era di tutti ma non per lui. che aveva le orecchie sorde a certi accenti. con ogni barba rasata cambiarono le cose. e quando vi dissero che bisognava mandare tutti a scuola. lui urlò. e cominciò a fare promesse. una lacrima per ogni festa. un cioccolatino per ogni poesia. gli scorrevano le parole senza sapere significati e significanti. banalmente imbambolato. e incredulo per essere riuscito a far tanto in poco tempo. con un fischio furono chiamati tutti i bambini dagli alberi e dalle fontane. e con le scarpe nuove furono mandati, a imparare e a contare. un'altra speranza vi rinvigoriva. e vi faceva credere di più in quello che ora mi sembra un ammasso di strade e prepotenza.(ritornerò per continuare. siate fiduciosi...)  

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dritto dritto in: apulieitaliche
mercoledì, 11 giugno 2008

molto spesso capita di perdermi di vista. di guardare il sentore del mondo che scivola sotto gli occhiali, sentendomi libero di poter scorgere tutto senza la vaga necessità di un ingrandimento. e volare così, scappando dall'apparecchio quadrato, che mi decubita le immagini. storpiandone i confini regolari. senza sentire più i piedi che si trascinano sulla terra arata, piena di dossi, e muri. ma camminandoci sopra, schiacciandone le cunette, appiattendone la superficie. ritrovandosi nauseato dai voli pindarici. senza più parole e pensieri originali. semplicemente semplice, regolare e onesto verso il pensiero e le volontà. rimettendo le briciole nelle pagnotte, e mangiandole a bocconi. crosta e mollica. come faceva la gente prima di me. dimenticando i fazzoletti da vincere, le staffette inutili, quelle che girano in tondo, senza portarti a nessun nucleo, facendoti perdere l'equilibrio statico e clinico delle cose e delle persone e del tuo tempo. scoprendo il banchetto delle vanità, dei vizi e delle virtù. calando i prezzi e ragalando a destra e a manca. al primo mendicante di passaggio. alla prima ruffiana che ti compra. ti ammalia e ti consola. confortato dalle sue gonne e dall'odore delle calze nei giorni del raccolto. e così passano gli anni e le stagioni. e il mondo assume la concretezza di un'iperbole finita. dimenticando i buchi neri, che fanno andare in tilt tutti i marchingegni. credendo di poter pianificare il futuro come le grottesche a tutto tondo. coi piani quinquennali  e le scansioni della partita doppia. si dimentica così la poesia dello sconosciuto, del timore che si prova per quello che non si sà ancora. per la gloria autostimata delle conquiste. dimenticando soprattutto il prezzo da pagare, per aver mangiato senza fare i conti con l'oste. per aver sfidato la collera degli dei e creduto di poter fare tutto senza l'aiuto di nessuno. spargendo isole intorno al proprio fortino e annaffiando l'oceano di acqua dolce. rendendo tutto più sciapo di quello che è. preferendo la cioccolata bianca alla fondente che ha in se il vago ricordo del sud che la produsse. ma il sonnifero non dura un'eternità. ti sveglia prima o poi, giusto in tempo per scansare i coltelli, le sciabole e i pugnali che un giorno avevi lasciato dal rigattiere in pegno. per un sofà d'altri tempi. per un fascino passato. per avere un filo continuo tra il velluto e la carta da parati. ferendosi di ira propria, per mano d'altri. dopo aver tracciato la piantina del dolore sotto gli occhi del carnefice. che è lì a vendicare il passato nei corpi degli altri. mentre ridono e sono comodi. dopo che hanno congedato le guardie e sono privi di scagnozzi.

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dritto dritto in: egest
martedì, 10 giugno 2008

"si 'sta voce te scèta 'inta'à nuttata, mentre t'astringe 'o sposo tujo vicino...statte scetata, si vùo' stà scetata, ma fà vedè ca duorme a suonno chino...

nun ghi' vicino è llastre pe' fa 'a spia, pecchè nun può sbaglià 'sta voce è 'a mia...è 'a stessa voce 'e quanno tutt' e duje scurnuse, nce parlavamo cu'o vuje.

si sta voce te canta dint' 'o core chello ca nun te cerco e nun te dico;tutt' 'o turmiento 'e nu luntano ammore, tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico...

si te vène na smania 'e vulè bene, na smania 'e vase còrrere p' 'e vvène, nu fuoco che t'abbrucia comm'a che , vàsate a chillo...che te 'mporte 'e me?

si 'sta voce, che chiangne 'int' 'a nuttata, te sceta 'o sposo, nun avè paura... vide ch'è senza nomme 'a serenata, dille ca dorme e che se rassicura...

dille accussi:chi canta 'int'à 'sta via o sarrà pazzo o more 'e gelusia! starrà chiagnenno quacche 'nfamità...canta isso sulo...ma che canta a fà?"

(nicolardi-de curtis "voce 'e notte")

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dritto dritto in: laissezfairelaissezpasser
sabato, 07 giugno 2008

niente da dichiarare, quest'oggi. il fabbro sta lavorando. forgia e batte. tempra e scalfisce. per sè medisimo. solo ferro e forza. bottega e casa. strada e bicicletta. al diavolo le non faccende. a dio, chi ha voglia di ritornare.

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dritto dritto in: albume
venerdì, 30 maggio 2008

leggevo l'altra notte. e di gusto. risalivo un fiume, in compagnia di alcuni uomini che volevano arrivare al cuore della terra. e poi le zanzare mi ricordano, che su di me  farebbero un banchetto. mi stringo al bordo del battello e proseguo, con i marinai. mentre le opportuniste si dileguano. con le candele. sempre più dentro. dove, tutto è verde e nero. a sentire il vento in faccia. fino a quando tutto diventa piu fitto e la luce non c'è più. mentre il nostromo mi racconta. mi dice. mi stufa. sino a quando le sue parole diventano eco. ed io mi ritrovo sul letto. sveglio. col sonno che non mi riconcilia. coi muscoli freschi. ancora pieni di forza. che vogliono tendersi e contrarsi...la candela sta per finire...cade l'ultima tacca nella bottiglia, sul fondo. non si spegne. tutto è verde. non sono le parole. ne le foreste. ma un gioco inverecondo del fuoco e del vetro. stupito apro la bocca. m'incanto. e mi ritovo semplice. tiro il filo e sento che nessuna delle tre l'ha tagliato. e mi addormento quando ancora non è tutto arrotolato. ho dormito. anche se sentivo gli squilli. nell'atrio. che chiedevano e rantolavano. scusate ma questa volta tengo tutto per me.   

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dritto dritto in: vetroverde
martedì, 13 maggio 2008

stasera mi fascio di coperte e mi metto al centro della stanza. per amarmi ancora un pò. per abbracciarmi da solo. per vedere quanto sono capace di contenermi. per vedere la capienza delle mie mani. e quantificare i decalitri. mi faccio tenerezza. e mi sproloquio parole dolci. e mi canto i sogni negli occhi. poso la testa sulle ginocchia. e con lo straccio di mascolinità, mi struscerò le gambe. stasera prendo un treno lungolungo, che di più non si può, e corro da te a gambe levate. a frignarti, che certe cose non me le hai raccontate. per sentire le bocca tappata dalla tua mano. e sentirmi dire che le avvertenze me le avevi date prima dell'uso. per poter correre sui tricicli. per prenderle di ritorno dal mare. schizzando sugo sulla pancia. per farti arrabbiare fino al collasso. sino a tornare con la testa nella sabbia. per organizzare un complotto in terrazza. e contare tutte le formiche sul parapetto. fino a quando tutto sarà passato. e saremo pronti per ricominciare.

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dritto dritto in: capienza
giovedì, 08 maggio 2008

...lo sai che ti strapperei la pelle. ricucendoti, poi. con la bocca. come tutte le volte. dopo i capolini e le danze rituali. come se non ci conoscessimo. come se le mani non si fossero mai accompagnate. come se ogni luogo non fosse ancora esplorato. 

eppure continuo a mangiarti. a rimbalzi. avidamente. neanche dovessi finire da un momento all'altro. con un giro di lenzuola. nelle tue linee. nelle tue spalle. ingoiato dal piacere. esasperato. mentre il mondo gira. per le sue vie. noi, nei nostri odori che si rigenerano. nelle nostre braccia. uno sull'altro. col sudore mio e tuo. ad incollarci. a scalciarci in questi primi caldi. e nei perdoni a ripescarci. la gioia che si perde nel piacere. e i sorrisi ghignosi dei nasi che lottano. che si annusano. e si spandono ovunque. lunghi. senza respiro. si potessero imprigionare i profumi nelle narici! per fermare tutto e lasciare che la nausea ci costringa ad aprire gli occhi. su quei volti trasformati. con le teste malvage. animali. a vergognarsi, poi, per aver afferrato. e fatto preda. i corpi che continuano a cercarsi. senza darsi appuntamento. nei presentimenti dell'aria. a rispondere ai richiami. in mezzo alla gente in festa. poi basta raccontarsi il giorno per baciare le mani. e accarezzarle. per scoprirsi ancora affusolati. e difficili da scandire. nel proprio. nel suo. allora spengnerò le luci e ti farò volteggiare il viso sotto la lampada. per scoprirti ancora nuovo. per vederti le caverne degli occhi. e provare una lingua mai stanca di girare e stendersi. sulla mia. e bere... quando affannati. si cade morti. sfiniti. nel vigore di chi ha preso. stretto. tutto quello che poteva. con la propria forza ciò che scappa. che termina. solo perchè ha avuto un inizio.

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dritto dritto in: rimbalzo

c'era da immaginarselo

Utente: forviante

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immaginario


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